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Vola il petrolio, ma la certezza venezuelana frena la corsa

ROMA - La conferma di Hugo Chavez come presidente del Venezuela raffredda i prezzi del petrolio, che rimangono comunque sui massimi. Ma l'incertezza durata fino alla fine sull'esito del referendum venezuelano, per le possibili ripercussioni sull'export dell'«oro nero», non riesce ad evitare che il greggio tocchi prima un nuovo massimo storico a 46,90 dollari al barile, ad un soffio da quota 47.
La corsa verso i 50 dollari al barile ha ricevuto una nuova spinta anche dall'ennesimo sabotaggio ai pozzi petroliferi iracheni, segno che il mercato non ha perso le sue caratteristiche speculative. Ma la conferma di Hugo Chavez come presidente del Venezuela ha allentato la tensione e alla fine a New York il barile ha chiuso le contrattazioni in calo dell'1,1% a quota 46,09.
A dare l'avvio alla nuova corsa dei prezzi è stato il nuovo record a quota 46,90 dollari al barile, messo a segno stamani dai futures con consegna a settembre negli scambi after-hours del Nymex newyorkese. Un livello, mai toccato prima, dovuto soprattutto ai timori per l'esito del referendum venezuelano svoltosi oggi. Un esito del voto negativo per Chavez, secondo molti trader, avrebbe avuto ripercussioni sulla produzione di greggio del Paese, che è il quarto esportatore negli Stati Uniti. In una giornata in cui le notizie da Caracas hanno condizionate persino le borse mondiali, la notizia della conferma di Chavez da parte di un'ampia maggioranza dei votanti ha rassicurato i mercati sulla continuità delle esportazioni, facendo scendere le quotazioni dei futures sia al Nymex che all'Ipe di Londra, dove nel frattempo il greggio della varietà europea Brent aveva segnato un nuovo record a 44,11 dollari al barile. Ma a esasperare le tensioni, fra i trader che giocano ogni giorno sui contratti futures, non sono state soltanto le consultazioni venezuelane. In un mercato globale in cui ogni minima notizia sulle esportazioni di greggio influenza i prezzi, ha pesato anche il nuovo sabotaggio ai pozzi di estrazione iracheni, questa volta a Najaf e Bassora. Il greggio pompato dall'interno del Paese verso le petroliere nel Golfo Persico, per la seconda settimana consecutiva, è pari alla metà del livello potenziale, con buona pace di chi aveva scommesso in una produzione irachena intensificata dopo la caduta del regime di Saddam Hussein. Continua a pesare sui prezzi, poi, la disputa fra la il governo di Putin e la compagnia russa Yukos: con ogni probabilità la società, che è il primo esportatore russo di petrolio, sarà dichiarata nei prossimi giorni, a meno che il governo non si decida a mettere da parte la richiesta di imposte per 3,4 miliardi di dollari. E a poco sono valse le rassicurazioni dell'Arabia Saudita, che ha detto di voler calmierare i prezzi aumentando ulteriormente la produzione di petrolio. Le quotazioni a New York, dopo una seduta altalenante, sono scese di poco, chiudendo in calo dell'1,1% a 46,08 dollari al barile. I prezzi di benzina e gasolio restano quindi alle stelle, e in base ai calcoli dell'Intesa dei consumatori, i rincari di gasolio e benzina costano ad ogni famiglia fra i 450 ed i 480 euro in più all'anno. L'estate 2004 rischia di essere ricordata come una delle più salate per le tasche degli italiani.

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