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Nel mirino del terrorismo islamico camionisti e autisti

BEIRUT - Altri quattro camionisti, questa volta libanesi, sono stati sequestrati oggi in Iraq, dove ormai da diverse settimane i bestioni che trasportano merci e rifornimenti alle forze della coalizione sono l'obiettivo primario e più facile dei guerriglieri che intendono creare difficoltà alle truppe straniere e destabilizzare il governo, ma anche riempirsi le tasche.
Sin dalla primavera scorsa, sono decine gli autisti o camionisti stranieri, anche arabi, che sono finiti nelle mani di sconosciuti gruppi che avanzano rivendicazioni «politiche», ma che non disdegnano di incassare riscatti.
Alcuni giorni fa, un gruppo che si è definito il 'Consiglio consultivo per mujaheddin' (i combattenti della guerra santa) ha diffuso un minaccioso comunicato nella città ribelle di Ramadi in cui si afferma: «uccideremo chiunque, arabo, straniero o iracheno che trasporti merci per le dannate forze di occupazione».
Una tattica chiara, volta a creare crescenti difficoltà alle forze della coalizione e a minare la credibilità e autorità del governo di Iyad Allawi, dimostrando le sue carenze nel garantire la sicurezza. In ogni proclama diffuso dai rapitori di camionisti si chiede che le compagnie di trasporto straniere interrompano i loro affari in Iraq e diverse di esse hanno accettato, in cambio del rilascio dei loro dipendenti.
L'uccisione di un autista turco ha indotto alcuni giorni fa l'Associazione dei trasportatori internazionali turca a sollecitare i suoi associati ad interrompere immediatamente ogni attività di trasporto in Iraq.
Anche società giordane o kuwaitiane hanno annunciato che interromperanno i trasporti di forniture alle forze Usa o cesseranno addirittura tutte le loro attività in territorio iracheno.
Ma accanto alle motivazioni «politiche», i guerriglieri avanzano anche richieste economiche, senza pubblicizzarle troppo. Un camionista giordano rilasciato due giorni fa deve la sua libertà al pagamento di un riscatto di 100 mila dollari, secondo quanto ha reso noto la sua famiglia, così come, secondo quanto si afferma a Beirut, una decina di libanesi rilasciati di recente. E ai soldi del riscatto bisogna inoltre aggiungere il valore delle merci trasportate dai campion intercettati e «confiscate» dai rapitori. A conti fatti, si tratta di un «business» non da poco, anche se non lo si può propriamente definire un salto di qualità rispetto alla prima fase dei rapimenti di stranieri in Iraq, quando i guerriglieri chiedevano «il ritiro delle truppe di occupazione».
Ziad Talhouk

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