Martedì 11 Dicembre 2018 | 22:23

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Tolleranza zero nei confronti del doping

Epo e Thg, ormone della crescita e stimolanti, auto-emotrasfusioni e anabolizzanti. E chi più ne ha più ne metta. Da quando si è deciso, pur senza una regolamentazione nelle procedure e nelle pene comuni, di combattere con maggior durezza l'uso di sostanze illecite al fine di ottenere prestazioni sportive ai limiti della resistenza umana siamo abituati a classifiche ritoccate nel tempo, a colpi di scena post-gara e a indagini ordinarie che hanno toccato praticamente tutte le discipline olimpiche.
Tutti sperano che in Grecia si possa vivere una edizione dei Giochi finalmente «pulita», senza fulmini a ciel sereno, senza positività che tolgano alla manifestazione credibilità e, perché no, interesse. Il Comitato Internazionale Olimpico ha scelto la «tolleranza zero» cento persone lavoreranno ininterrottamente per produrre test a sorpresa sulle urine (2.600) e sul sangue (400) per ricercare la famigerata Eritropoietina (Epo), per un totale del 25 per cento di controlli in più rispetto ai Giochi di Sydney nel 2000. Test anche sul Gh, l'ormone della crescita, grazie alla ricerca messa a punto da un endocrinologo italiano, il professor Alessandro Sartorio.
Il Cio non ha lesinato sforzi, dunque, per debellare un fenomeno che ha radici lontane ma che è letteralmente esploso nell'era moderna, dopo l'incontrastato dominio in materia del blocco dell'Est e anche degli Stati Uniti. Una sorta di guerra fredda giocata sul lavoro sporco di medici ed atleti disposti a tutto pur di conquistare medaglie, cattive abitudini smascherate ma non sconfitte dalla scienza dei giorni nostri, sempre un passo indietro rispetto alla cultura del doping.
Il caso più eclatante in una Olimpiade fu quella del canadese Ben Johnson, una freccia umana che traeva benzina dagli anabolizzanti. Erano i Giochi di Seul 1988 e, da quel momento, il termine doping entrò nel linguaggio corrente dello sport. Da quel momento in poi la storia dello sport mondiale si arricchì di casi e vicende simili, alcune mai del tutto chiarite. Ad Atene, ad esempio, ci sarà anche una fuoriclasse come Marion Jones accusata dall'ex marito, C.J. Hunter, di aver gareggiato a Sydney con qualche aiutino in più. Vendetta postuma o verità scomode?
L'ultimo a dover rinunciare alla Grecia è stato Calvin Harrison, anch'egli statunitense e campione di blasone. Il trentenne che fu oro a Sydney nella 4x400 è incappato in una positività ad uno stimolante e ha dovuto cambiare programmi per l'estate. Ad Atene, poi, avrebbe voluto onorare il titolo iridato a cronometro vinto a Hamilton lo scozzese David Millar, la cui carriera tra i ciclisti professionisti è a rischio dopo la confessione-choc di essersi iniettato dosi di Epo e la condanna sportiva a due anni.
Indagini su traffici di doping hanno coinvolto anche azzurri come l'argento di Sydney nel lancio del martello Nicola Vizzoni ed il campione del mondo di Parigi nel salto con l'asta Giuseppe Gibilisco, per doping fu fermato a lungo dalla Fidal anche Andrea Longo, l'ottocentista che sogna ad Atene il suo grande riscatto. Di casi, insomma, ce ne sono in quantità industriale nel panorama internazionale dello sport. E sembra impossibile che anche ad Atene, nella culla storica dei Giochi moderni, non cada nella rete dei controlli più o meno sofisticati qualche stella o presunta tale.

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