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Al giudice per le indagini preliminari non ha avuto «nulla da dichiarare»

WASHINGTON - Con una tuta mimetica "extra large" per contenere il suo pancione di sette mesi, Lynndie England - la soldatessa con l'iracheno nudo al guinzaglio - è comparsa oggi davanti ad un giudice militare che deve deciderne l'eventuale rinvio a giudizio per lo scandalo delle torture praticate dagli americani nel carcere di Abu Ghraib, nei pressi di Baghdad.
Non tradiva nessuna emozione quando a Fort Bragg, la base della Carolina del Nord cui è stata assegnata, la riservista è arrivata all'edificio dove si svolgono le udienze, con in grembo il figlio concepito con un compagno di sevizie proprio nella prigione della vergogna.
All'esercito di fotografi e giornalisti che la stavano aspettando non ha detto una parola, anzi non li ha degnati neanche di uno sguardo. Il colonnello Denise Arn, la giudice per le indagini preliminari, in apertura di udienza le ha chiesto se avesse qualcosa da dichiarare. «No signora», ha risposto.
Con il viso acqua e sapone dei suoi 21 anni, Lynndie è diventata il simbolo della cattiva coscienza dell'America in Iraq e del modo approssimativo, se non incosciente, con cui una situazione così complessa a volte è stata gestita.
Lo scandalo è esploso alla fine di aprile, con una serie di devastanti foto rese pubbliche prima dalla rete televisiva CBS e poi dal "Washington Post", il quotidiano del Watergate. «Nemmeno tutte le bombe della guerriglia hanno prodotto un simile danno», ha osservato un commentatore politico. Il mondo intero è insorto. A Washington la Casa Bianca e il Pentagono sono stati investiti da un uragano di proteste e di polemiche, tra l'opinione pubblica americana i dubbi sulla spedizione in Iraq sono aumentati.
Su Lynndie pesano 19 capi di imputazione che vanno dalle sevizie agli atti osceni. Se sarà riconosciuta colpevole, rischia una condanna fino a 38 anni oltre alla radiazione dai ranghi dell'esercito.
La soldatessa, andata in Iraq per il provare il brivido dell'avventura, non ha mai manifestato né vergogna né pentimento. Alle tv che l'hanno intervistata dopo il suo ritorno in patria, con quella sua aria un po' da sprovveduta ha sempre detto di avere solo eseguito ordini precisi.
Ma Paul Anthony, il coordinatore dell'inchiesta, nella sua deposizione ha riferito al giudice che la ragazza era ben felice di obbedire. «Mi ha confessato che si divertivano un mondo», ha detto. L'udienza di oggi è stata dedicata anche alla descrizione delle foto incriminate: quella in cui Lynndie trascina un prigioniero nudo al guinzaglio, quella in cui posa sorridente davanti a una piramide di detenuti, anche loro nudi, e quella in cui mima con la mano una pistola puntata verso i genitali di un altro recluso.
Uno dei legali della ragazza ha rivelato che oggi sono state tirate in ballo anche altre foto, immagini «intime» della ragazza assieme a un commilitone con cui al momento si era fidanzata. «Si tratta di foto che nulla hanno a che vedere con gli abusi», ha protestato in dichiarazioni alla Cnn.
Le autorità americane, da Bush in giù, in questa vicenda hanno giocato a scaricabarile. Il presidente si è scusato pubblicamente ma ha dato la colpa a uno sparuto gruppo di militari e non ha voluto destituire il segretario alla difesa Donald Rumsfeld, di cui in molti chiedevano la testa.
Per ora hanno pagato solo il soldato Jeremy Sivits, 24 anni, reo confesso e condannato a un anno di carcere, ed alcuni ufficiali rimossi dal loro incarico.
Tra questi c'è la "generalessa" Janis Karpinski, comandante di Abu Ghraib all'epoca degli abusi (fine 2003), che però nega ogni responsabilità. In una intervista alla Bbc, anzi, ha parlato di un complotto all'interno del carcere per tenerla all'oscuro di tutto.
Oltre a Lynndie England, sono in attesa di processo anche altri sei soldati della 72ª Compagnia di polizia militare, la sua stessa unità. Tra questi c'è anche Charles Graner, con cui la ragazza si era fidanzata e da cui aspetta il bambino che nascerà tra un paio di mesi.
Augusto Zucconi

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