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La soluzione secondo autorevoli esponenti, soprattutto politici e in particolar modo dell'opposizione, starebbe in un cambio di rotta nella politica estera, visto che il ritiro delle truppe in Iraq significherebbe un allontanamento del Governo dalle posizioni americane. Difficile pensare che questo possa avvenire, tenuto conto che la strategia del presidente del Consiglio, e della sua maggioranza, è sempre stata improntata alla fedele alleanza con Bush, che avrebbe portato, oltre alla partecipazione, sia pure parziale, nella ricostruzione dell'Iraq, a un peso politico internazionale nelle decisioni anche interne all'Unione europea: il premier ha sostenuto che la nomina del portoghese Barroso alla presidenza della commissione Ue sia stata sostenuta e di fatto decisa grazie all'insistenza dell'Italia.
In questo momento, però, diventa preminente una scelta di campo, sia per la collocazione naturalmente europea dell'Italia sia soprattutto in vista delle elezioni americane di novembre che, se ci fosse la vittoria dei democratici di Kerry, cambierebbe i rapporti tra il nostro Paese e gli Usa.
«Tradire» Bush è da escludere, sarebbe peraltro inopportuno, ma la spinta a un fattivo coinvolgimento dell'Europa e dell'Onu nelle questioni mediorientali dovrebbe essere prioritario per portare a un riassestamento sulla scena internazionale, a un graduale svincolo dalla strategia americana, che potrebbe radicalmente cambiare, e al rafforzamento dentro l'Unione che dipende molto dalle scelte di politica interna.
La manovra finanziaria del prossimo triennio, che punta a risanare i conti, ridurre il debito e dare lo slancio all'economia, la stessa riforma delle pensioni chiesta e ottenuta dai vertici politici ed economici dell'Europa, è proprio la direzione giusta per permettere all'Italia di crescere nella considerazione altrui, sfruttando anche l'inattesa difficoltà di mantenere i patti da parte del predominante asse franco-tedesco. La strada, in definitiva, è quella della ricerca di un peso «reale» che consenta all'Italia di essere sempre più autonoma senza dover continuare, semplicemente in nome di un conclamato vincolo di subordinazione (di amicizia?), ad accettare i rischi di una sempre possibile continuazione di guerra preventiva scelta dagli altri che esporrebbe a tempo indeterminato le nostre città agli attacchi del terrorismo fondamentalista.

G. Flavio Campanella

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