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L'ira dei sindacati sull'inflazione programmata

ROMA - L'inflazione programmata per il 2005 sarà dell'1,6%. Lo ha scritto il Governo sul Dpef scatenando l'ira dei sindacati confederali che avvertono: in sede di rinnovi contrattuali non ne terremo assolutamente conto. Sul piede di guerra non solo Cgil, Cisl e Uil, che annunciano una dura risposta a settembre, quando l'Assemblea dei delegati deciderà le azioni di lotta da mettere in campo, ma anche l'Ugl, sindacato vicino ad An, che definisce il tasso indicato «fuori della realtà». Questo alla vigilia di rinnovi contrattuali che interessano milioni di lavoratori, tra cui i metalmeccanici e gli statali.
A poco sembra servire il fatto che il Governo, come scritto nel Dpef, offra alle parti sociali un tavolo di confronto su prezzi e tariffe, ponendo tra i suoi obiettivi quello di «elevare il potere d'acquisto» di retribuzioni e pensioni.
- LE STIME DEL GOVERNO. L'1,6% indicato dal Governo nel Dpef come tasso di inflazione programmata per il 2005 è leggermente superiore all'1,5% previsto nel documento di programmazione dello scorso anno. L'Esecutivo, inoltre, prevede un tasso del'1,5% nel 2006 e dell'1,4% negli anni successivi.
Poi, come aveva annunciato nei giorni scorsi il ministro dell'Economia Domenico Siniscalco, il Governo, «in vista del rilancio e dell'equità», pone tra le sue priorità anche quella della salvaguardia e dell'incremento del potere d'acquisto di lavoratori dipendenti e pensionati, penalizzati «dal passaggio dalla lira all'euro che ha prodotto - si legge nel documento - un aumento, talvolta incontrollato, dei prezzi». Quindi, per favorire «l'assorbimento delle pressioni inflazionistiche verso i livelli medi europei» il Governo punta a «un'attenta politica basata non solo sul monitoraggio, ma anche sul contenimento di prezzi e tariffe». Ed a tal fine l'Esecutivo si dice «disponibile all'apertura di un confronto negoziale con le parti sociali, per approfondire le dinamiche alla base dei meccanismi di formazione dei prezzi».
- MODERAZIONE SALARIALE ADDIO. Intanto, dopo la pausa estiva, parte una tornata di rinnovi contrattuali che interesserà milioni di lavoratori, a partire dai metalmeccanici e dagli statali. I sindacati, dunque, già da settembre dovranno cominciare a lavorare per mettere a punto le loro piattaforme rivendicative. Piattaforme che, alla luce dei dati del Dpef, si preannunciano all'insegna di un definitivo abbandono della moderazione salariale, fino ad oggi era stata garantita dalle regole dell'accordo del luglio '93 sulla politica dei redditi.
«La Uil non terrà più conto dell'inflazione programmata nelle richieste salariali», ha assicurato il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, per il quale, a questo punto, l'inflazione programmata «è uno strumento da rottamare». «Quello su cui dobbiamo puntare oggi - ha spiegato - è la crescita del Paese. Dunque, anche a crescita dei salari reali». Per la Cgil il tasso dell'1,6% fissato dal Governo per il 2005 è «un obiettivo velleitario di fronte ad un'inflazione in crescita»: «Vorrà dire - ha detto la segretaria confederale, Marigia Maulucci - che aumentano le ragioni e le misure da contrastare con iniziative che saranno decise a settembre. Visto anche che il Governo ha trasformato la politica dei redditi in una politica di contrazione delle retribuzioni». Anche per il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Cremaschi, «il Governo può scrivere qualsiasi numero vuole sul Dpef, tanto noi non ne terremo alcun conto per il prossimo biennio contrattuale». E il segretario della Funzione Pubblica Cgil, Carlo Podda, annuncia che a settembre «si aprirà un conflitto durissimo» per il rinnovo dei contratti pubblici, definendo l'1,6% «un tasso impresentabile».
Molto duro anche il giudizio della Cisl: «C'è una differenza fortissima - ha detto il segretario confederale, Giorgio Santini - rispetto all'inflazione reale (2,4% a giugno secondo l'Istat, 2,3% a luglio secondo il dato di oggi delle città campione). C'è una distanza del 30%. Noi non siamo certo per la rincorsa salariale - ha aggiunto - ma non si possono scaricare sui lavoratori differenze così pesanti. Non chiederemo l'1,6% nei rinnovi - ha quindi avvertito - ma chiederemo l'inflazione prevedibile». E per l'Ugl «fissare il tasso di inflazione programmato a poco più della metà di quello ufficialmente rilevato dall'Istat e ad un quinto di quello percepito dagli italiani significa aver perso il contatto con la realtà, ma anche con il buon senso». «Il Governo - afferma il numero due del sindacato vicino ad An, Renata Polverini - deve dare risposte serie e tutele reali a quei milioni di lavoratori e di pensionati il cui reddito varia solo in funzione del tasso di inflazione ufficiale e non può chiedere fiducia ai cittadini verso una manovra finanziaria che sembra scritta da un altro mondo».

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