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Ecco quali erano gli "effetti collaterali"

ROMA - «Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo». La celebre battuta di Totò rivelava tutto un mondo di migrazioni forzate da un capo all'altro della penisola per i giovani che dovevano adempiere al servizio di leva. Un servizio che dal 2005, grazie al decreto approvato definitivamente oggi, cessa di esistere. E con la leva si volta pagina anche su alcuni «effetti collaterali», dal nonnismo agli obiettori di coscienza ai trucchi per evitare di andare sotto le armi.

1861, FATTA L'ITALIA BISOGNA FARE GLI ITALIANI
È proprio una data storica quella odierna, se si pensa che la leva obbligatoria è stata introdotta con l'Unità d'Italia nel 1861 ed ha caratterizzato per decenni la vita di tanti connazionali. «Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani», diceva Massimo D'Azeglio. Ed uno dei modi per formare gli italiani, per dar loro spirito civico e coscienza nazionale, fu individuato proprio nel servizio militare. Occorre infatti pensare che l'Italia nel 1861 era un'ipotesi soltanto sulla carta: nella realtà era un agglomerato di popoli diversi tra di loro, ognuno dei quali parlava il proprio dialetto. Si stabilì così che, per rendere il Paese più unito, la leva dovesse essere prestata lontano da casa. Ciò ebbe anche degli aspetti positivi: migliaia e migliaia di giovani mai usciti dal proprio paesino conobbero per la prima volta città e regioni diverse; i più poveri ebbero propria biancheria personale e impararono semplici norme di pulizia; molti appresero a leggere, a scrivere e a parlare italiano. Ma questi allontanamenti forzati da casa vennero accolti con grande ostilità e forti proteste in molti casi, specialmente al Sud ed in Sicilia, dove il malcontento alimentò il fenomeno del brigantaggio. Nella leva obbligatoria le popolazioni meridionali vedevano, infatti non già un dovere verso una Patria che non riconoscevano come propria, bensì un atto di prepotenza dei nuovi venuti, un sacrificio imposto dai «piemontesi». Senza contare che la partenza di una giovane recluta determinava spesso un danno economico alla famiglia povera, che si vedeva privata per un lungo periodo di un aiuto fondamentale. Inizialmente, infatti, la durata del servizio di leva fu fissata in cinque anni per chi avesse compiuto 20 anni. Più tardi varie riforme ne accorciarono la durata.

BASTA A MILLE STRATAGEMMI PER EVITARE NAJA
Col passare del tempo, l'ostilità alla naja ha abbassato i toni, ma l'arrivo della «cartolina» di precetto è sempre stato un evento temuto da molti giovani italiani, che nel corso degli anni si sono inventati mille stratagemmi per essere riformati: da chi si fingeva omosessuale o malato di mente, a quelli che si procuravano ferite appositamente, c'è tutta una casistica di più o meno fantasiosi tentativi di evitare di indossare la divisa, che ora non saranno più necessari. E si chiude il sipario anche su un altro fenomeno che ha segnato la vita delle caserme italiane: il nonnismo. Anche se episodi di maltrattamenti e violenze ai danni degli ultimi arrivati si sono registrati anche nelle accademie militari, è tra le cosiddette «spine» (i soldati di leva appena arruolati) ed i «nonni» che ci sono stati i maggiori problemi.

NIENTE PIÚ OBIETTORI DI COSCIENZA
La fine della leva obbligatoria manda in soffitta anche gli obiettori di coscienza. In Italia l'obiezione di coscienza è legalmente riconosciuta dal 1972, con la legge 772 che istituisce il servizio civile in alternativa a quello militare. Prima di allora, per chi rifiutava la leva c'era il carcere. I primi due casi di obiezione di coscienza risalgono al 1948; rifiutavano la divisa inizialmente i Testimoni di Geova, assieme ad alcune personalità non violente ed i primi anarchici. All'inizio degli anni '60 si hanno i primi casi di obiettori cattolici. L'«esercito» degli obiettori nel tempo è cresciuto di numero e ora confluirà nel servizio civile volontario.
Massimo Nesticò

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