Domenica 16 Dicembre 2018 | 12:06

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Continua il "duello" fra Armstrong e Simeoni

PARIGI - Non si placa il duello extrasportivo tra Lance Armstrong e Filippo Simeoni sulle strade del Tour de France. Ciclismo Filippo Simeoni Nonostante abbia vinto la sua sesta maglia gialla consecutiva, il trentaduenne texano ha ancora stoppato i tentativi di fuga del laziale della Domina Vacanze, con cui ha una pendenza giudiziaria per via delle dichiarazioni rilasciate dall'italiano nell'ambito del processo Ferrari. In quell'occasione, Simeoni ammise l'uso di sostanze dopanti ma rivelò che fu consigliato dallo stesso Ferrari, consulente della preparazione di Armstrong. Su "Le Monde", in seguito, il campione statunitense diede del bugiardo all'azzurro, che rispose con una denuncia per diffamazione. Tra i due, come già si notò durante la diciottesima tappa di Lons le Saunier, non corre buon sangue: Armstrong stoppò personalmente il tentativo di Simeoni di agganciarsi ai battistrada che poi avrebbero condotto in porto la loro azione. E anche oggi, nonostante una andatura turistica e i Campi Elisi all'orizzonte, la storia si è ripetuta: Simeoni ha provato ad andarsene al pronti e via e alle porte di Parigi, sempre ripreso dai "postini" guidati da Armstrong. Come se non bastasse, al termine dell'ultimo allungo andato a vuoto Ekimov, il veterano russo alla corte del texano, gli ha indirizzato il classico gesto delle corna. Un'altra brutta figura per una formazione forte ma antisportiva e, da oggi, anche maleducata.
Intanto da New York un'accusa: «Lance Armstrong ha battuto un record che non si merita». Chi parla è Prentice Steffen, già capo dello staff medico dell'Us Postal prima che questa reclutasse, nel 1997, lo stesso Armstrong. Ma non basta, Steffen spiega così l'accusa sibillina: «All'epoca eravamo una piccola squadra con l'ambizione di fare bene e il rifiuto categorico di prescrivere prodotti dopanti, ma i tempi stavano cambiando e un paio di ciclisti, Marty Jemison e Tyler Hamilton, mi hanno avvicinato chiedendomi farmaci illeciti, ho detto di no e nel giro di qualche settimana la società mi ha ringraziato per il lavoro fatto e ha cambiato staff medico». Non si rammarica Steffen di come sono andate le cose, lui è «per lo sport pulito», ma ricorda anche che i dirigenti dell'Usp erano convinti, come quasi tutti, che «per passare a un livello superiore c'era una sola strada, il doping».

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