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Mafioso fece uccidere i due coniugi e poi si pentì

POTENZA - Mandante dell'omicidio di una coppia di coniugi, avvenuto il 29 aprile 1997, pentito meno di due anni dopo per accusare anche un magistrato della Dda e quindi bloccare le indagini che stavano per «incastrarlo», arrestato oggi insieme a tre uomini ritenuti gli esecutori materiali di quel feroce duplice delitto.
E' la parabola di Gennaro Cappiello (di 32 anni), collaboratore di giustizia dal gennaio 1999, arrestato dai Carabinieri di Potenza nella località segreta dove di trovava protetto, con l'accusa di concorso in duplice omicidio volontario aggravato, detenzione e porto di armi, reati commessi avvalendosi del vincolo mafioso. Insieme a lui, sono finiti in carcere Antonio Cossidente (38 anni), l'organizzatore dell'agguato, e gli esecutori materiali del delitto, Claudio Lisanti (45) e Franco Raffaele Rufrano (38).
La storia affonda negli anni '90, periodo durante il quale i clan criminali lucani cercano di fare il salto di qualità (con alleanze strette in particolare con cosche siciliane e calabresi) e addirittura di «mettersi in proprio». Il banale furto di un'automobile e la «stupida estorsione» - come l'ha definita il Procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Potenza, Giuseppe Galante - messa in atto da Cappiello (il classico «cavallo di ritorno") porteranno al sangue. Giuseppe Gianfredi, che morirà il 27 aprile 1997 insieme alla moglie, Patrizia Santarsiero, non sopporta l'atteggiamento di Cappiello e lo picchia duramente: quest'ultimo è legato ai «Basilischi», la cosiddetta «quinta mafia», derivata dalla 'ndrangheta calabrese, che vogliono imporsi sulla scena ma hanno bisogno di un atto eclatante. Il pretesto è a portata di mano. Cappiello - secondo l'accusa - ordina l'omicidio di Gianfredi, legato ad un altro clan, e quello della moglie, secondo Galante «perfettamente a conoscenza delle attività illecite del marito».
Cossidente organizza il delitto, eseguito da Lisanti e Rufrano, che all'epoca non erano pregiudicati e quindi non furono neanche sfiorati dalle indagini. I coniugi arrivano in auto a casa, in una sera piovosa: Gianfredi fa appena in tempo a parcheggiare. Numerosi proiettili sparati da un fucile con le canne mozzate e da una pistola uccidono lui e la moglie. Sul sedile posteriore, i figli di dieci e otto anni: illesi. Le armi usate nell'agguato spariscono nel nulla.
Carabinieri e Polizia imboccarono subito la pista che portava a Cappiello, ma gli elementi non erano sufficienti: per giunta, nel gennaio del 1999, Cappiello - secondo la ricostruzione fatta da Galante - si pente e comincia a collaborare con i magistrati. Si accusa di diversi reati e fornisce numerose informazioni definite attendibili: ma quando sente che i Carabinieri sono vicini alla soluzione del caso Gianfredi-Santarsiero, lancia accuse contro un magistrato della Dda che indagava sul caso, ottenendo così - ha spiegato il Procuratore della Repubblica - «con perfetta mente criminale», il blocco delle indagini.
Ma dopo che la Procura della Repubblica di Salerno ha stabilito l'estraneità completa del magistrato accusato da Cappiello, le indagini sono ripartite e i Carabinieri del comando provinciale di Potenza sono arrivati a ricostruire tutta la vicenda. L'inchiesta è stata coordinata dal sostituto procuratore della Dda potentina, Vincenzo Montemurro: riscontri, nuovi elementi, le testimonianze di altri collaboratori di giustizia. Infine, la richiesta al gip distrettuale, Alberto Iannuzzi, dell'arresto di Cappiello e degli altri tre. Richiesta accolta ed arresti eseguiti la notte scorsa: «Ora abbiamo un quadro chiaro di 12 anni di storia della criminalità organizzata lucana», ha spiegato Montemurro. «Continuiamo ad indagare - ha aggiunto Galante - per fare luce completa e stroncare la rinnovata effervescenza dei clan».

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