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Delitto di Cogne: le tesi opposte

ROMA - L'inchiesta giudiziaria sull'omicidio del piccolo Samuele Lorenzi, avvenuto a Cogne (Aosta) il 30 gennaio 2002, approda ad Aosta alla decisione del giudice dell'udienza preliminare, il quale dovrà stabilire se consegnare la madre della bambino, Annamaria Franzoni, di 33 anni, al giudizio della Corte di Assise indicandola quale probabile carnefice del figlio, come chiede l'accusa; o consacrare, con il proscioglimento, l'innocenza della donna, come invoca la difesa.
Ma il compito del gup, Eugenio Gramola, potrebbe essere ancora più gravoso, toccando proprio a lui di decidere sulla colpevolezza o innocenza dell'imputata nel caso in cui il difensore della donna, Carlo Taormina, chiedesse la definizione del giudizio di primo grado con il rito abbreviato.
Lo scontro, finora prevalentemente mediatico, tra la Procura di Aosta, rappresentata in udienza dal pm Pasquale Longarini, e l'avvocato Carlo Taormina, difensore dell'imputata, culmina, dunque, in un confronto giudiziario che, per far luce su un delitto senza movente e senza testimoni, propone non i risultati di indagini classiche fatte di appostamenti e pedinamenti, ma prevalentemente conclusioni di investigazioni tecnico- scientifiche condotte in laboratorio. E così mentre la Procura di Aosta fa proprie le conclusioni dei Carabinieri del Ris, che, indagando con microscopio e computer, hanno indicato in Annamaria Franzoni la responsabile del delitto, l'avvocato Carlo Taormina replica con la consulenza tecnica dell'Istituto Europeo di Medicina Legale e Scienze Forensi, che ha sancito l'innocenza della madre della vittima. Tra un documento e l'altro, si aggiungono le conclusioni del medico legale che fece l autopsia al piccolo Samuele, e, soprattutto, i risultati delle superperizie svolte proprio in sede di udienza preliminare, i cui risultati accusa e difesa utilizzano per arrivare a conclusioni opposte.

Ecco alcuni punti chiave dell'inchiesta che saranno trattati nel corso dell'udienza preliminare:
L'ORARIO DELLA MORTE DI SAMUELE La Procura sostiene che l'alibi di Annamaria Franzoni - assente di casa quel 30 gennaio dalle 8.16 alle 8.24 per accompagnare l altro figlio, Davide, alla fermata dello scuolabus non è sufficiente per dichiararne l'estraneità al delitto. La donna, infatti sempre secondo l'accusa - potrebbe aver colpito prima di uscire. La difesa boccia questa tesi, sostenendo che già le conclusioni del medico legale sull'orario probabile dell'aggressione portano ad escludere la responsabilità di Annamaria, la quale avrebbe avuto a disposizione un tempo ristrettissimo (1-2 minuti) per colpire, lavarsi, cambiare abito e disfarsi dell'arma del delitto (mai ritrovata, nè individuata). Ma, sempre secondo la difesa, vi è di più: l'aggressione e la morte cerebrale del piccolo Samuele avvennero un po' più tardi rispetto all'orario indicato dal medico legale, con la conclusione sempre della difesa che il bambino fu colpito proprio quando la mamma non era in casa.
IL PIGIAMA E GLI ZOCCOLI - Sono due argomenti tra i più controversi dell'inchiesta, oggetto di perizie e superperizie per via degli schizzi di sangue rilevati. Le conclusioni possono essere così riassunte: per l'accusa, quando colpì mortalmente il figlio, Annamaria Franzoni indossava il suo pigiama, o almeno i pantaloni del pigiama. La difesa contesta del tutto questa ricostruzione: quel pigiama - sostiene - si trovava sul piumone e si imbrattò quando l'assassino colpì Samuele. Stesso discorso per gli zoccoli bianchi: l'accusa ritiene che si macchiarono di sangue al momento del delitto; la difesa - confortata anche dall'esito di una superperizia - sostiene che Annamaria Franzoni li calzò al ritorno a casa dalla fermata dello scuolabus e solo successivamente si sporcarono di sangue.
LE LESIONI E L'ARMA DEL DELITTO L'accusa, sulla base delle conclusioni del medico legale, sostiene che il piccolo Samuele fu colpito almeno 17 volte con un oggetto, mai identificato, provvisto di manico, probabilmente un attrezzo per il giardinaggio. La difesa, facendo proprie le conclusioni degli esperti dell'Istituto Europeo di Scienze Forensi, propone una conclusione diversa: i colpi inferti dall'assassino non furono 17, ma circa la metà, dal momento che fu usato un oggetto con la testa «tonda e vuota all'interno», in grado di ruotare intorno a un asse,che ogni volta provocava due ferite e non una.
LA POSIZIONE DELL'ASSASSINO L'accusa, attingendo alle conclusioni del Ris e di un superperito, sostiene che Annamaria Franzoni avrebbe colpito il figlio mentre era inginocchiata sul letto, proprio su quell'area del piumone che non si macchio di sangue. Del tutto diverse le conclusioni della difesa: quell'area del piumone non si macchiò perchè proprio lì era poggiato il pigiama di Annamaria Franzoni. Dunque, secondo la difesa, l'assassino di Samuele non colpì stando inginocchiato sul letto, ma stando in piedi sul lato sinistro guardando la testiera, ed il pigiama della donna era sul piumone; con la conseguenza che Annamaria Franzoni non poteva indossare il pigiama mentre colpiva il figlio.
CONCLUSIONI - L'accusa: Annamaria Franzoni uccise il figlio prima di uscire di casa. Indossava il pantalone del pigiama, ed agì stando inginocchiata sul letto. Questa posizione impedì che una parte del piumone si imbrattasse del sangue di Samuele. La difesa: Annamaria Franzoni non uccise il figlio, il quale fu colpito mortalmente da una persona che si introdusse nella villetta della famiglia Lorenzi mentre la mamma era uscita di casa per accompagnare l altro figlio alla fermata dello scuolabus. L'assassino non calzava gli zoccoli di Franzoni nè indossava il suo pigiama, che era sul letto e si macchiò di sangue ma preservò dagli schizzi una parte del piumone.
Enzo Quaratino

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