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Bush continua a cercare le armi di distruzione di massa

WASHINGTON - Il presidente americano George W. Bush non getta la spugna come fa, davanti a una commissione dei Comuni, il premier britannico Tony Blair, che «accetta» che le armi di distruzione di massa (Adm) irachene potrebbero non essere mai trovate.
La presunta minaccia rappresentata dalle armi di sterminio, che non sono poi state scovate, offrì il pretesto dell'attacco all'Iraq, nel marzo del 2003.
Prima che gli ispettori americani sguinzagliati sul terreno consegnino il loro rapporto, Bush non è pronto a riconoscere che, forse, non c'erano proprio, perchè resta convinto che il regime di Saddam Hussein era una minaccia per Stati Uniti e mondo intero, che aveva «l'intenzione e la capacità» di produrre armi di sterminio e che aveva contatti con Abu Musab al-Zarqawi, luogotenente di al Qaida in Iraq ("era già nel Paese prima che arrivassimo e continua a uccidere").
A giugno gli Stati Uniti hanno rimosso dall'Iraq circa due tonnellate di uranio e centinaia di strumenti ad alta radioattività che avrebbero potuto essere usati, secondo gli esperti del ministero dell'energia di Washington, per cosiddette 'bombe sporche'. Il presidente non vuole neppure commentare le indiscrezioni su un rapporto della commissione dell'intelligence del Senato: la Cia avrebbe tenuto nascoste informazioni sul fatto che l'Iraq aveva abbandonato ben prima della guerra i tentativi di produrre le Adm. «Leggerò e commenterò il rapporto quando sarà uscito integralmente», prende tempo Bush, che non ha ancora deciso - afferma - chi sarà il successore del direttore della Cia George Tenet, che si è dimesso e che lascerà l'incarico l'11 luglio (sostituito ad interim dal suo vice John McLaughlin).
Il presidente americano coglie l'occasione di ribadire le sue convinzioni dopo avere incontrato nello Studio Ovale il premier islandese David Oddsson. Rispondendo ai giornalisti, che gli intonano «Tanti Auguri a Te», per il 58.o compleanno, Bush sciorina il suo repertorio delle frasi più dette: «Il mondo va meglio senza Saddam» e «sarà più pacifico quando il governo iracheno, sotto il premier Iyad Allawi, emergerà e ci saranno elezioni. In Iraq, stiamo assistendo a una trasformazione, in una parte del mondo che ha bisogno di libertà e democrazia».
Oddson ha concordato su questo punto con Bush: «Il futuro dell'Iraq, il futuro del mondo, è molto migliore per quello che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna e i loro alleati hanno fatto. Altrimenti, la situazione in quell'area del mondo sarebbe molto più pericolosa di ora».
E non è che ora sia tutto a posto, perchè in Iraq il terrorismo rilancia la sfida allo Stato, o almeno al governo ad interim, e compie un'ennesima strage colpendo, a Khalis, nei pressi di Baquba, il corteo di un funerale - 15 le vittime -. Si combatte a Falluja e nella provincia di Anbar cadono tre marines, mentre l'esecutivo del premier Allawi approva la prima legge d'emergenza sulla sicurezza.
Il pacchetto prevede, fra l'altro, misure di polizia speciali e la possibilità di applicare il coprifuoco, sia pure in aree del Paese circoscritte, ma non comporta -a sorpresa- il ricorso alla legge marziale. Di un giro di vite c'è bisogno -ammesso che Allawi e i suoi ministri possano farlo rispettare-, perchè si profilano guerre di bande: c'è un gruppo che minaccia d'uccidere al-Zarqawi, se non lascia l'Iraq, non perchè combatte gli americani, ma perchè è uno straniero (è giordano) che uccide iracheni.
A Baghdad, una delegazione della Nato discute le modalità d'addestramento e approvvigionamento delle forze di sicurezza irachene -anche il Marocco offre aiuto-. A Bruxelles, il Consiglio dei ministri degli esteri dell'Ue dà appuntamento il 12 luglio al premier Allawi. A Washington, Bush, passata la festa di compleanno, si prepara a vivere un luglio di passione: sul fronte internazionale, aspettando «la trasformazione» dell'Iraq; e, sul fronte elettorale, assistendo all'offensiva democratica, che culminerà nella convention di Boston a fine mese.
Il suo rivale John Kerry dà il tono: «Non manderemo mai soldati in giro per il mondo senza dire la verità agli americani e non ne faremo mai degli ostaggi della dipendenza energetica degli Stati Uniti dal Medio Oriente», dice, annunciando la scelta di Edwards come suo vice.
Giampiero Gramaglia

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