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Iraq - Silvia, la lagunare leccese: Matteo Vanzan mi manca. Mi manca tanto

NASSIRIYA - «Matteo mi manca. Mi manca tanto. A volte capita di incontrare qualcuno che gli assomiglia, qui, nella base, e penso sia lui. Dura qualche secondo, il tempo di rendermi conto che invece è morto, l'hanno ammazzato». Silvia ha 22 anni, militare da 2, lagunare da 18 mesi. Era una delle migliori amiche, all'interno del Reggimento, del giovane colpito a morte il 16 maggio dai guerriglieri di Al Sadr.
Il giorno prima di partire erano andati insieme a farsi una birra, con tutti gli altri, e si erano fatti una promessa: «qui ci torniamo a fine missione». Per Matteo Vanzan, invece, la missione è finita tre giorni dopo il suo arrivo in Iraq. Era il 13 maggio e i lagunari del Reggimento "Serenissima", coi loro mezzi, hanno subito cominciato a pattugliare una Nassiriya che stava esplodendo. L'appello alla guerra santa dello sceicco Aus Al Khafaji, il luogotenente di Al Sadr, in poche ore è stato raccolto da centinaia di miliziani. Gli attacchi hanno interessato prima la sede della Cpa, il governo provvisorio della Coalizione, poi si sono estesi a gran parte del centro e, soprattutto, alla base Libeccio, presidiata da un plotone di militari italiani. Tra loro c'era pure Vanzan.
Dentro un mezzo blindato dei lagunari, Silvia e gli altri della sua squadra ripercorrono l'itinerario dei quei drammatici giorni. Una normale pattuglia, che si conclude senza colpo ferire. «Ma i ricordi - confessa il sergente Devis, il caposquadra - sono così vivi che sembra oggi. Abbiamo sentito le pallottole sopra la testa che facevano "ding", rimbalzando sul mezzo. Abbiano sparato migliaia di colpi e non si faceva in tempo nemmeno a ricaricare le armi. Era il primo giorno e siamo andati avanti così, senza fermarci, per ore. E poi il giorno dopo, lo stesso. Mi sono chiesto se ero capitato all'inferno». Nel Vcc, lo stesso che oggi pattuglia le strade di Nassiriya, - c'era la squadra del sergente al completo. Sette persone che stanno insieme da anni ed anche Silvia, con loro, invece, da soli 5-6 mesi. Leccese, occhi azzurri bellissimi, è stata soprannominata dal suo sergente "Zanza", "Zanzara", perchè - anche se sembra timida e silenziosa - ha un carattere forte e "pungente". Di tanto in tanto pulisce dalla polvere - o forse accarezza - il suo fucile automatico Beretta 70/90 che tiene appoggiato sui sacchetti di sabbia sistemati intorno al mezzo blindato. In piedi sopra un sedile, nel vano posteriore del Vcc, sporge di mezzo metro per controllare la situazione. Lo sferragliare dei cingolati annuncia il passaggio del convoglio italiano e le facce degli iracheni, di alcuni di loro, non sono amichevoli. Molti però fanno ciao con la mano ed anche i bambini salutano. Silvia risponde sempre, ma senza distrarsi.
«Vede i fori su quella parete? Sono i colpi che abbiamo sparato», spiega Devis, improvvisato Cicerone sul terreno della battaglia. Il caldo è asfissiante e la lagunare chiede un po' d'acqua. Un sorso e poi lancia la bottiglia a dei bambini che gliela chiedono. Anche lei ha sparato, in quei giorni. «Un intero caricatore. Poi mi sono messa a riempire quelli degli altri». Il suo caposquadra ne elogia il comportamento. «E' stata fredda, professionale. Ne vorrei cento, mille, di soldati con questo coraggio».
Ma mamma che dice? «I miei sono contenti, perchè sanno che questo lavoro mi piace. Ma sono preoccupati, perchè è pure un mestiere pericoloso». Il fidanzato, un veneziano, studente di archeologia, non approva molto la scelta. «Ma questo è quello che faccio, è la mia vita». Volontaria in ferma breve, ha almeno ancora un anno di militare davanti, o forse tutta la vita. Il futuro? «C'è tempo, vedremo. Ma questo mestiere mi piace». La morte di Vanzan, suo compagno di corso, stessa compagnia - «un ragazzo bellissimo, sia fuori che dentro» - l'ha duramente provata. «E' stato uno choc, un grande dolore. Ma non ho mai pensato di dire basta, lascio perdere e me ne vado. Se stiamo qui lo facciamo anche per lui».
Vincenzo Sinapi

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