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Saddam in tv, l'Iraq si ferma

BAGHDAD - L'Iraq per alcuni minuti oggi si è fermato. Quando si è sparsa la voce delle immagini del rais trasmesse dalle televisioni, la gente ha lasciato in sospeso quello che stava facendo, affascinata dal vedere sul banco degli imputati lui, Saddam Hussein, l'uomo che per 35 anni ha dominato indiscusso il Paese decidendo a suo piacere della vita e della morte di 25 milioni di iracheni.
«Ma guarda come sta bene, ha mangiato, si è ben lavato, quando era lui a metterci in carcere... stavamo ad Abu Ghraib», dice Ayub Mussa, che ha passato sei anni nella prigione delle torture. «Mi hanno torturato con gli elettrodi, appeso per le braccia, picchiato, lasciato senza mangiare per giorni... la pena di morte non è abbastanza per quel vigliacco».
Nei negozi, se c'è un televisore la gente si accalca. Nelle sale da tè tace il brusio, parla Saddam. «A me è sembrato stanco e confuso, no, non è più quello di una volta, è un vecchio, è sgonfiato», dice Salim Hafaji, proprietario di un negozio. Lui se lo ricorda imponente, deciso, senza tentennamenti quando comandava sovrano assoluto e appariva in ogni notiziario in ogni intervallo televisivo. «Però, speriamo che sia davvero un processo basato sulla legge e non politico», aggiunge.
«Una vergogna, per lui e per noi tutti iracheni», dice un uomo che non vuole rivelare il suo nome. «Io simpatizzo per lui», afferma un altro che chiede l'anonimato.
Era «teso, confuso e distratto», dice uno psichiatra, Abdullah Aziz, 48 anni, che legge nel gesticolare delle mani una profonda tensione interna. Ha visto il video, censurato dagli americani e solo parzialmente con il sonoro, su un televisore nel suo ospedale. «E' sorprendente come non mostri segni delle sofferenze, dei disastri della sua vita, ha perso i figli, ha perso un Paese».
«Da come muove la mano destra appare evidente una forte tensione interna», aggiunge lo psichiatra.
«E' dimagrito, ma sta bene. E' arrogante, come sempre, non si merita un processo giusto, mettiamolo a morte e facciamola finita», sostiene la dottoressa Abir Ahmed, 37 anni. «No - sostiene Jafar Sader, 37 anni, insegnante - questo è il primo processo giusto della storia dell'Iraq, dobbiamo mantenerlo tale».
E il dibattito monta tra chi lo vorrebbe impiccato, fucilato, lasciato morire lentamente e chi invece ritiene che un nuovo Iraq «non deve nascere sulla morte». Ma hanno tutto il tempo per discuterne, il processo non sarà fatto prima di «mesi», assicura il governo. Le prove a carico sono «una miniera d'oro» e ci vorrà moltissimo tempo per esaminarle.

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