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Processo Saddam in tv, ma Bush non la guarda

WASHINGTON - George W. Bush s'è perso un altro momento essenziale della sua presidenza: non è mai davanti alla tv quando le immagini sono storiche. Non vide in tv il crollo delle Torri Gemelle, nel giorno che cambiò l'America e il Mondo, l'11 Settembre 2001, perchè stava leggendo una favola ai bambini di una scuola della Florida. Non vide il massiccio bombardamento su Baghdad, nell'attacco con aerei e missili che aprì la guerra all'Iraq; e non ha visto neppure l'udienza d'incriminazione del deposto dittatore iracheno Saddam Hussein.
Per tutta la mattinata, mentre le tv, almeno quelle via cavo 'all news', mandavano a ripetizione il dialogo tra Saddam e il giudice, Bush non ha trovato il tempo, e la curiosità, di fermarsi a guardarle. La testimonianza è del suo portavoce Scott McClellan: il presidente, al mattino, seguiva, con la tv spenta, i suoi consueti briefing di sicurezza e d'intelligence.
McClellan aggiunge: «Presumo che vedrà le immagini più tardi». Eppure, Saddam a giudizio è un forte spot pubblicitario per l'Amministrazione Bush, quasi come Saddam, sporco e umiliato, uscito dal buco dove aveva cercato di sottrarsi alla cattura.
La Casa Bianca, infatti, presenta l'udienza a Baghdad come «un passo avanti importante per gli iracheni». E, anche se non la segue in televisione, il presidente «è compiaciuto che Saddam Hussein e i leader del suo regime siano giudicati dal popolo iracheno per le atrocità commesse».
Quanto alle accuse di Saddam al presidente Bush, «è lui il vero criminale», McClellan fa spallucce: «Sono sicuro che Saddam continuerà a dire un sacco di cose. Quel che conta è che Saddam e i leader del suo regime devono ora affrontare la giustizia del popolo iracheno in una corte irachena. E' un passo che aiuterà gli iracheni a chiudere il capitolo nero di una brutale dittatura».
Certo, l'ex rais che si considera ancora il rais non pare nè domo nè pentito: respinge le accuse di crimini di guerra e di genocidio, dicendo «questo è un teatro». Il portavoce gli replica: «Varrebbe più la pena di ascoltare le vittime di Saddam e le loro famiglie», che stare a sentire lui. Meno dialetticamente, il ministro dell'informazione del Kuwait, Mohammed Abul-Hassan, auspica che Saddam sia messo a morte.
E' un giorno che sembra che la 'normalizzazionè dell'Iraq prenda piede. Mentre sugli schermi d'America va in onda il 'Saddam show', a Baghdad il generale George Casey assume il comande delle forze americane e della coalizione, oltre 160 mila uomini complessivamente, danso il cambio al generale Ricardo Sanchez, toccato dallo scandalo degli abusi nelle carceri irachene.
E a Washington il presidente Bush fa giurare John Danfort, nuovo rappresentante degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, cui affida il compito di contribuire «a preservare la pace contro i terroristi e i regimi che li proteggono», coagulando appoggio internazionale sulle posizioni statunitensi. Danforth prende il posto di John Negroponte, già insediatosi a Baghdad come primo ambasciatore nel nuovo Iraq.
Anche sul fronte della ricostruzione, ci sono buone notizie: dopo la Banca Mondiale, anche il Fondo monetario internazionale s'appresta a riconoscere il nuovo governo iracheno ad interim, che, lunedì scorso, ha acquisito poteri e sovranità dalle forze della coalizione. Il Fondo può diventare, insieme alla Banca, strumento dello sforzo di ripresa dell'economia dell'Iraq.
Ma la cronaca non risparmia episodi di sangue: gli insorti colpiscono, uccidono un marine e degli iracheni, ma sembrano, almeno per un giorno, costretti sulla difensiva, dalle immagini del processo di Saddam e dagli elicotteri dei marines a Fallujah.
Giampiero Gramaglia

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