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Gli Usa cedono sovranità ma non potere

WASHINGTON - Gli Stati Uniti hanno ceduto la la sovranità agli iracheni, ma non il potere, che rimarrà di fatto in mano a Washington, almeno per un anno o due.
Ne è convinta anche la stampa americana, che si interroga oggi sul reale significato del passaggio dei poteri dagli Stati Uniti all'Iraq, avvenuto ieri in sordina, con due giorni di anticipo sulla scadenza del 30 giugno, per arginare il rischio di attentati terroristici, e prendendo tutti di sorpresa.
Per un vero passaggio dei poteri, ci vorranno probabilmente almeno un anno o due, per ragioni semplici da capire. Primo, le elezioni generali, politiche ed amministrative, sono in calendario all'inizio dell'anno prossimo, entro gennaio 2005, anche se potrebbero slittare un po', come aveva lasciato intendere ieri il neo premier Iyad Allawi.
Secondo, le forze armate statunitensi, circa 140.000 uomini, resteranno nel Paese ancora a lungo, perchè la situazione, lungi dall'essere stabilizzata, rimarrà incerta ancora a lungo, mentre Allawi non sembra avere l'intenzione di chiedere alle truppe straniere di lasciare il Paese.

- INCERTEZZE SE DISACCORDO TRA USA ED IRAQ - Come scrive oggi il 'New York Times', «l'Iraq possiede ora tutti i poteri formali di uno stato sovrano: il potere di designare e di revocare i ministri, di decidere i finanziamenti, di avviare negoziati con stati stranieri. Ma non è chiaro che cosa succederà se gli Americani non condivideranno le decisioni irachene».
Manca in particolare «un accordo che sullo statuto delle Forze Armate americane», mentre restano in vigore una serie di direttive proclamate dall'ex proconsole Usa in Iraq, Paul Bremer, che secondo le regole delle Nazioni Unite non dovrebbero più avere nessun valore, una volta terminata formalmente l'occupazione.
E', in particolare, emblematico il fatto che gli Usa intendano conservare diversi palazzi, tra cui probabilmente quello dell'ex presidente rovesciato Saddam Hussein, nella cosidetta area verde nel centro di Baghdad.
Dove, cioè, si è tra l'altro insediata la fiammante nuova ambasciata Usa, guidata da un fedelissimo del segretario di Stato Colin Powell, John Negroponte, fino a poco fa rappresentante permanente degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite a New York.
- MENO POTERI A RUMSFELD, PIU' POTERI A POWELL - E' probabilmente sbagliato dire che nulla è cambiato, perchè in questa nuova situazione sono previsti maggiori poteri per il Dipartimento di Stato guidato da Powell, decisamente meno 'falco' del responsabile del Pentagono, Donald Rumsfeld, e del Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Condoleezza Rice, che Bremer sentiva per telefono ogni giorno.
Ora i contatti si svolgono tra Negroponte, che ha scelto di apparire in pubblico il meno possibile, e Powell, anche se è vero che alla fin fine il Segretario di Stato fa capo alla Casa Bianca, quindi al presidente George W. Bush. Ma ora c'è un filtro in più.
E' vero che circa 150 'advisers' americani sono rimasti in Iraq, e alcuni di essi lavorano per il premier Allawi, ma è vero anche che Bremer, che ha lasciato ieri Baghdad alla chetichella, godeva di poteri praticamente totali. Oggi non è più così.
- LO SCETTICISCMO DI BIDEN - Un Senatore di primo piano come il democratico Joseph Biden (citato tra i papabili Segretari di Stato in caso di vittoria di John Kerry alle presidenziali del 2 novembre) rimane molto scettico, affermando che «abbiamo restituito la sovranità all'Iraq, ma non abbiamo dato loro la capacità di governare da soli... Alzandosi la mattina dopo il passaggio dei poteri nessuno si è accorto della differenza».
Al Dipartimento di Stato insistono invece sulle differenze, come ha immediatamente notato il numero due, Richard Armitage: «Non ci sono dubbi: la leadership è ora del Dipartimento di Stato. Saremo la voce dominantè».
Ma Armitage sembra dimenticarsi che i 140.000 militari Usa rimarranno ancora a lungo in Iraq, dipendendo direttamente dal Pentagono, senza che il Dipartimento di Stato abbia niente da dire in proposito: Negroponte, almeno formalmente, è soltanto l'ambasciatore di un Paese straniero.
Emanuele Riccardi

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