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Centinaia di ricorsi in arrivo per Guantanamo

NEW YORK - Dagli Usa alla Germania, dalla Francia all'Australia e a Porto Rico, in tutto il mondo un esercito di avvocati è al lavoro per preparare quella che si profila come un'ondata di centinaia di ricorsi, pronta a riversarsi sulle corti federali americane. E' l'effetto della sentenza con cui la Corte Suprema di Washington ha aperto la porta alla possibilità per i detenuti di Guantanamo di far sentire la loro voce di fronte alla giustizia ordinaria.
Le conseguenze della storica sentenza dei giudici supremi sono già evidenti. L'amministrazione Bush ha messo al lavoro tutti i suoi esperti di diritto, per cercare di limitare le falle che la decisione della Corte Suprema ha aperto nel sistema legale messo a punto in quasi tre anni di guerra al terrorismo.
Il Pentagono cerca di capire come conciliare le direttive dei giudici con le procedure faticosamente messe a punto per i tribunali militari speciali, che dovrebbero giudicare i detenuti stranieri a Guantanamo.
Ma gli avvocati delle famiglie dei prigionieri e anche i difensori nominati dal Pentagono, dopo due anni di attesa, sono ormai freneticamente al lavoro, cercando di approfittare di ogni possibilità dischiusa dalla sentenza. «Se il governo americano ci tiene ancora fuori da Guantanamo - spiega in Germania Bernhard Docke, un avvocato che assiste la famiglia di un detenuto turco - dovremo far causa per avere l'accesso per gli avvocati, per i membri della famiglia e per consultare gli atti giudiziari. Adesso abbiamo una cornice legale per farlo».
E' dello stesso avviso Jacques Debray, che in Francia rappresenta i familiari di due detenuti francesi che si trovano tra i circa 600 prigionieri di 42 nazionalità diverse nella base militare americana a Cuba. «La sentenza è uno schiaffo in faccia per l'amministrazione Bush», afferma Debray, che è a sua volta al lavoro per ottenere per la prima volta l'accesso ai suoi assistiti nelle celle di Camp Delta.
Gli avvocati difensori militari vanno oltre e ipotizzano che la sentenza sfidi la stessa legittimità delle commissioni militari, come si chiamano formalmente i tribunali speciali che il Pentagono ha messo a punto - ma non ancora utilizzato - per i terroristi. Decidendo di concedere ai prigionieri di Guantanamo il diritto di comparire di fronte a corti federali civili negli Usa, «in pratica la sentenza ha messo sotto processo il procedimento stesso delle commissioni e la sua correttezza», afferma il maggiore Mark Bridges, uno dei membri della task force difensiva del Pentagono.
La Corte Suprema non ha dato alcuna direttiva specifica sulle modalità con cui i detenuti dovrebbero guadagnarsi l'accesso alla giustizia ordinaria ed è per questo probabile che si apra un periodo di complesse battaglie giudiziarie, legate all' interpretazione del mandato dei giudici costituzionali.
L'amministrazione Bush sta valutando quali passi compiere.
«Stiamo esaminando la decisione della Corte - si è limitato a dire un portavoce del ministero della Giustizia, Mark Corallo - per determinare come modificare i processi esistenti, per soddisfare le decisioni della Corte».
Le modifiche non riguardano solo la posizione dei detenuti di Guantanamo - sui quali ha pieno potere il Pentagono - ma anche le modalità con cui dovranno d'ora in poi essere trattati i cittadini americani classificati come «combattenti nemici» dalla Casa Bianca, oggetto di un'altra delle sentenze della Corte. A Guantanamo, il colonnello Leon Sumpter, un portavoce della base, ha spiegato che i vertici militari locali sono sostanzialmente in attesa di ordini: «Qualunque cosa ci sarà chiesto di fare, la faremo. Avremo senz'altro istruzioni su come attuare la sentenza».
Sul piano politico, la Casa Bianca ha insistito nell' enfatizzare quelle parti delle sentenze di lunedì mirate a riconoscere i diritti eccezionali del presidente in tempo di guerra al terrorismo. «L'obbligo più importante del presidente - ha detto Claire Buchan, una portavoce di Bush - è difendere il popolo americano e siamo contenti che la Corte Suprema abbia confermato l'autorità presidenziale di detenere combattenti nemici, inclusi cittadini americani, per la durata del conflitto».
Marco Bardazzi

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