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Rifiuti - A Melfi il primo termovalorizzatore del Mezzogiorno

ROMA - A centocinquanta chilometri dal cuore caldo della protesta rifiuti in Campania sorge uno tra i termovalorizzatori più grandi d'Europa. E' l'ottobre del 2000 quando il termovalorizzatore «La Fenice» di San Nicola di Melfi (Potenza) ha avviato la propria attività. Nasce, inizialmente, come struttura di supporto per lo stabilimento Fiat - Sata. La società che lo costruisce, la Fenice, appunto, appartiene allo stesso gruppo Fiat. Ma sin dall'inizio si lascia intendere che non servirà soltanto l'azienda piemontese. La sua portata è infatti ben più ampia delle sole esigenze dello stabilimento lucano. Ha una potenza di smaltimento che arriva a 60mila tonnellate annue. Abbondamentemente al di sopra persino della produzione globale di rifiuti in tutta la regione.
E' così il 22 dicembre del 2000 Filippo Bubbico, presidente della Regione Basilicata, dispone il conferimento a partire dal primo gennaio 2001 dei rifiuti solidi urbani prodotti nei comuni della zona presso l'inceneritore Fenice. La Società Fenice accetta. Da allora a Melfi smaltiscono fino a 25.000 tonnellate annue di rifiuti solidi urbani dei comuni della zona, da consegnare in modalità 'tal qualì (cioè senza una preventiva selezione), all'inceneritore, alla tariffa di lire 110 al chilogrammo più IVA, così come previsto nell'accordo tra la Regione Basilicata e la Fenice SPA, approvata con deliberazione della Giunta Regionale n. 2366/2000.
6 ANNI FA IL REFERENDUM - 98% DISSE NO, MA NON SI RAGGIUNSE QUORUM
In Basilicata, intanto, la protesta non si è mai fermata. Sono 250 mila gli abitanti che vivono nel raggio di 20 km quadrati dal termovalorizzatore. Forme di protesta tanto civili quanto inascoltate. Moltissime le iniziative messe in atto dalla popolazione e dalle istituzioni. Da cortei e picchetti fino alle innumerevoli interrogazioni parlamentari. Nel 98 fu promosso anche un referendum che per un pelo (votò il 49% della popolazione) non raggiunse il quorum. Fu comunque un plebiscito, il popolo lucano, per il 98% dei votanti, diede parere contrario all'avvio del termovalorizzatore. Un parere inutile, il termodistruttore non ha mai fermato la sua attività.
Più di recente, a seguito di un incendio che causò una nube fumogena, il 27 maggio 2003, la protesta riprende vigore. Avvalorata anche dagli studi commissionati ad alcuni scienziati dai sindaci dei comuni interessati. Come il comune di Lavello, che il 28 dicembre del 1998, incaricò un gruppo di tecnici di fama ed esperienza mondiale, due docenti universitari Virginio Bettini e Paolo Rabitti e il biologo Francesco Francisci, di valutare l'impatto ambientale del termodistruttore sul territorio. I risultati furono sensazionali, e vennero pubblicati in un "Dossier Fenice".
IL RISCHIO E' LA DIFFUSIONE DI DIOSSINE E METALLI PESANTI
Il rischio, si legge nel dossier, è che dall'inceneritore "Fenice" fuoriescano diossina e furani, metalli pesanti ed altre sostanze responsabili della diffusione di patologie cancerogene e mutagene. La diossina, spiega il documento, agisce mettendo in funzione tante proteine diverse ed interferendo con molti sistemi ormonali, dagli ormoni sessuali a quelli tiroidei. La diossina è stata anche collegata ad una grave malattia delle donne, l'endometriosi. Inoltre, è accertato che tali sostanze interferiscono con i geni che causano il cancro.

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