Lunedì 17 Dicembre 2018 | 09:36

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Rifiuti, in Campania un'emergenza che dura da 10 anni

NAPOLI - La protesta contro la riapertura della discarica di Parapoti, che sta spaccando in due l'Italia dei trasporti, è solo l'ultimo atto di un'emergenza, quella dei rifiuti, cominciata in Campania nei primi anni '90. Una crisi in cui si intrecciano il business delle ecomafie e i ritardi delle istituzioni, la volontà di voltare pagina rispetto all'epoca delle discariche controllate dalla camorra ma anche le ripetute rivolte popolari che, di fatto, hanno paralizzato in più occasioni la creazione dei nuovi impianti industriali.
E' il 1994 quando il Consiglio dei ministri decreta lo stato di emergenza per la questione rifiuti in Campania, in una situazione di caos con le strade invase dalla spazzatura, le vecchie discariche in esaurimento e il Consiglio regionale che non riesce ad approvare un piano per uscire dalla crisi. I poteri commissariali vengono affidati all'allora presidente della Regione, Giovanni Grasso: l'anno dopo arriva a Santa Lucia un nuovo governatore, Antonio Rastrelli, che assume la gestione dell'emergenza varando un piano in cui, per la prima volta, si progetta la creazione di termovalorizzatori per smaltire i rifiuti ricavando energia.
L'attuazione del piano, però, segna il passo: tutti dicono no alle vecchie discariche, ma nessuna comunità locale vuole accollarsi l'onere di ospitare i nuovi impianti oppure siti provvisori per lo stoccaggio della spazzatura. Risultato: a più riprese il delicatissimo equilibrio del ciclo dei rifiuti si spezza, e Napoli e altre grandi città finiscono invase da tonnellate di sacchetti.
Dal 2000, anno della sua elezione alla guida della Regione, fino a pochi mesi fa i poteri commissariali sono affidati al presidente Antonio Bassolino, che intende accelerare l'entrata in vigore del nuovo sistema di gestione. Superando non poche contestazioni, vengono inaugurati uno dopo l'altro sette impianti per la produzione del cdr, il combustibile derivato dai rifiuti. Ma non basta: per uscire definitivamente dall'emergenza occorrono i termovalorizzatori, dove bruciare le balle di cdr, e discariche per accogliere gli scarti di lavorazione («fos» e «sovvalli»). E qui il piano si arena: la città di Acerra, destinata ad ospitare uno dei due termovalorizzatori, con una lotta senza quartiere - che vede in prima fila il sindaco e il vescovo - riesce a bloccare per due anni l'avvio dei lavori.
La strada delle proteste prende piede anche altrove: i cittadini di Ariano Irpino si mobilitano contro la riapertura della discarica di Difesa Grande, e riescono a ottenerne la chiusura definitiva. Quattro mesi fa, Antonio Bassolino passa la mano e chiede al Governo di nominare un nuovo commissario, per evitare - spiega - che le decisioni da prendere nel settore dei rifiuti possano essere terreno di scontro politico: la Cdl campana parla di «fuga» e di «fallimento», palazzo Chigi sceglie il prefetto Corrado Catenacci, che dopo poco si trova a gestire l'ennesima emergenza legata a un sovraccarico negli impianti cdr.
Attraverso i conferimenti in altre Regioni, ma soprattutto grazie ai treni straordinari per la Germania, la crisi si attenua: per non ripiombare nell'emergenza, le forze dell'ordine rimuovono i blocchi che - ad Aversa, a Giugliano, a Pianura - vedono i cittadini ancora impegnati nel tentativo di bloccare l'apertura dei siti. Una linea di fermezza che si abbina a una campagna di informazione, anche attraverso spot tv, per rassicurare la gente sulla sicurezza dei termovalorizzatori, già attivi da anni in altre città italiane ed europee. Ma la rivolta di Montecorvino Rovella dimostra che la guerra dei rifiuti, in Campania, è ancora lontana dalla conclusione.

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