Venerdì 18 Gennaio 2019 | 16:35

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Servono almeno altri 5mila uomini

Karzai Afghanistan Sempre più Afghanistan come Iraq. Come nel Paese che fu di Saddam Hussein la scadenza del passaggio di sovranità scatena la violenza dei nemici dell'America, così nel Paese che fu dei taleban si assiste ad una ripresa delle operazioni contro americani e alleati nell'avvicinarsi della fondamentale scadenza elettorale, fissata per settembre.
Oggi è stata annunciata la morte, avvenuta ieri sera, di due marines, caduti in una imboscata nella provincia del Kunar, che confina col Pakistan, nord-est del Paese.
«Due soldati del corpo dei Marines sono stati uccisi ed un altro è rimasto ferito nel corso di un' operazione a nordest della località di Asadabad», ha dichiarato una portavoce dell'esercito, il sergente Cindy Bearn.
Alcuni abitanti hanno riferito che l'attacco è avvenuto nel distretto montagnoso di Naray. La pattuglia americana sembra stesse procedendo a piedi, quando è finita sotto una pioggia di colpi probabilmente di fucili d'assalto AK-47. Un aereo americano è subito giunto in appoggio della pattuglia a terra, ma non sembra abbia colpito gli assalitori.
Piuttosto, oggi fonti afghane hanno diffuso la notizia che in quelle stesse ore una cannonata americana ha colpito una casa a Darre-i-Pech, sempre nella provincia del Kunar. «Una donna e una bambina sono rimaste uccise», ha detto il governatore della provincia Sayed Fazel Akbar.
Circa l'identità del gruppo che ha teso l'imboscata ai marines si possono fare solo ipotesi. La zona, a grande maggioranza pashtun, è considerata un feudo del movimento integralista Hezb-i-Islami, guidato dall'ex primo ministro Gulbuddin Hekmatyar, strenuo avversario dei taleban ma altrettanto feroce nemico degli americani.
Gli stessi Taleban peraltro, sono nella provincia ancora piuttosto popolari e vi godono di molti sostegni. E naturalmente resta valida l'ipotesi che l'attacco sia stato compiuto da militanti di al Qaida, che si muovono a loro agio a ridosso della frontiera con le zone tribali del Pakistan.
Tutte queste forze, pur estremamente disomogenee, condividono l'obiettivo di rendere impossibile le elezioni previste per settembre, senza le quali l'intera operazione di democratizzazione dell'Afghanistan fallirebbe, trasformandosi in una guerra strisciante senza fine. Così si moltiplicano gli attacchi; e solo per ricordare le perdite americane, un soldato Usa era stato ucciso ai primi del mese nella provincia di Uruzgan e a maggio erano stati uccisi quattro membri delle forze speciali nella provincia di Zabul.
Del pericolo si rende conto il presidente in carica, Hamid Karzai, che ha assoluto bisogno delle elezioni per dare legittimità al suo ruolo e alla sua presenza. E lo percepisce anche il comandante in capo delle forze Nato, il gen. James Jones. Per questo i due insistono nel chiedere quei rinforzi militari che - soli - potrebbero forse riuscire a consentire la consultazione elettorale. Secondo la valutazione dell'Onu, ci sarebbe bisogno di almeno altri 5.000 uomini.
Ma è davvero difficile che gli appelli di Karzai bastino a pacificare il Paese: si può ragionevolmente sperare di rendere sicure alcune province del nord e dell'ovest, ma non quelle del sud e dell'est a maggiore concentrazione di sostenitori di Hekmatyar e del passato regime.
D'altra parte la Nato, pur disponibile a inviare rinforzi, sembra al massimo potere aumentare gli attuali 6.400 soldati della missione Isaf di 1.200 unità. Il vertice che si svolgerà a Istanbul il 28 e 29 giugno dovrebbe dire una parola chiara su questo punto.
Ma ad Istanbul si parlerà soprattutto di Iraq e alla Nato, come a Washington e nelle capitali europee si è consapevoli che il conflitto iracheno ha contribuito alle difficoltà di trovare Paesi disposti all'invio di truppe in Afghanistan. Lo ha detto proprio oggi il comandante in capo dell'Isaf, il generale canadese Rick Hillier. «La guerra in Iraq ha mobilitato un gran numero di truppe ed enormi investimenti della comunità internazionale, che da allora non è più disposta a venire qui», ha detto.
Lo prova il fatto che l'Onu, dopo l'approvazione in ottobre del principio dell'ampliamento del campo d'azione dell'Isaf oltre Kabul, tramite squadre di ricostruzione militare formate da civili e militari (Prt), ha difficoltà nel reperire Paesi disposti a farne parte ed è stata finora incapace di rispettare l'impegno preso. L'unica Prt sotto comando dell'Isaf, gestita dall'esercito tedesco, è attualmente operativa a Kunduz (nord).

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