Lunedì 17 Dicembre 2018 | 01:42

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Bush: «Non mi aspetto che la Nato mandi le truppe in Iraq». Così ci pensa lui: altri 5000 uomini

SHANNON (Irlanda) - Il presidente americano George W. Bush non conta più che i Paesi della Nato inviino altre truppe in Iraq, anche se punta sul loro coinvolgimento nell'addestramento e l'equipaggiamento delle forze di sicurezza irachene.
Il calcolo che l'approvazione della risoluzione sull'Iraq delle Nazioni Unite, varata all'unanimità l'8 giugno, inducesse gli alleati a contribuire alla stabilizzazione del Paese s'è rivelato sbagliato.
Così, gli Stati Uniti si preparano a rafforzare il loro dispositivo militare in Iraq, dove, a cinque giorni dal passaggio dei poteri dalle forze della coalizione al governo ad interim, le condizioni di sicurezza restano preciarie e «vanno deteriorandosi», nota dal Palazzo di Vetro dell'Onu il segretario generale Kofi Annan.
La rassegnazione di Bush è testimoniata dalle sue dichiarazioni a una tv turca, nell'imminenza della missione in Europa per i Vertici Ue-Usa e Nato. Il presidente osserva che i Paesi della Nato (16, se si conta la Spagna) che hanno già fornito truppe alla coalizione sono probabilmente «al loro limite». E gli altri - riconosce - non sono probabilmente interessati a dare truppe.
L'addestramento, da parte della Nato, di forze di sicurezza irachene potrebbe costituire «una soluzione a lungo termine» ai problemi di stabilità dell'Iraq. L'Alleanza atlantica ha avuto una richiesta in tal senso dal governo ad interim; il Consiglio atlantico ha preparato la decisione a Bruxelles; e il Vertice atlantico s'appresta ad annunciarla lunedì a Istanbul.
Ma bisogna anche rispondere alle esigenze immediate: in Iraq le cronache quotidiane sono cruente, gli iracheni non sono pronti a garantire la sicurezza del Paese e la coalizione manca di uomini (ci sono circa 138 mila americani e oltre 20 mila alleati), al di là di dichiarazioni di principio di strateghi responsabili del pantano attuale ("le forze sono sufficienti").
Dalla Casa Bianca e dal Pentagono, non sono ancora venuti annunci ufficiali, a parte l'anticipo dell'invio in Iraq, nell'ambito dei programmi di rotazione previsti, di circa 5.000 uomini. Il che significa per l'estate un incremento dei soldati americani schierati a quasi 145 mila.
Il tam-tam delle anticipazioni parla di rinforzi dell'esercito in allestimento tra i 15 e i 25 mila uomini. E il generale a quatro stelle George Casey, nuovo comandante del contingente americano in Iraq -ha oggi ricevuto l'avallo dal Senato, all'unanimità-, vuole impiegare cinque brigate mobili dotate di armamenti adatti alla guerriglia irachena.
Si tratta, fra l'altro, delle cosiddette brigate Stryker, una delle quali è già in Iraq: altre due starebbero per seguirla fra cui quella di stanza a Fort Lewis, nello Stato di Washington, che Bush ha visitato la scorsa settimana.
Più velleitario del presidente, Casey, 55 anni, un generale a quattro stelle, ex vice-capo di Stato Maggiore dell'Esercito, dice, parlando a una commissione del Senato, di considerare prioritario ottenere dalla Nato l'invio di una brigata in Iraq, per proteggere gli esperti dell'Onu incaricati di preparare le elezioni politiche del gennaio 2005.
Sembrano discorsi un po' campati in aria, almeno per ora, perchè l'Onu esita a mandare i suoi funzionari e la Nato non pensa di mandare le sue truppe. La situazione sul terreno resta fuori controllo.
Realisticamente, il capo di Stato Maggiore americano, generale Richard Myers, riconosce in Senato che le capacità di coordinamento della guerriglia sono «notevoli": basta vedere come gli irriducibili sunniti sono riusciti a condurre, giovedì, una serie di attacchi «che appaiono collegati l'uno all'altro». «C'è chi dà gli ordini e chi li esegue» constata il vice-segretario alla difesa Paul Wolfowitz.
Stride con le notizie di guerra che arrivano da Baghdad e dal "triangolo sunnita", dove le autorità provvisorie non escludono stato d'emergenza e legge marziale per arginare l'insurrezione, un sondaggio secondo cui piace agli iracheni il governo del premier Ayad Allawi.
Il rilevamento, voluto dalle autorità americane in Iraq, indica che il 68% degli iracheni ha fiducia nei nuovi leader, che il 73% fa il tifo per Allawi (e l'84% per il presidente Ghazi al-Yawar): l'80% è, infine, convinto che la cose stiano per migliorare. Percentuali d'ottimismo "bulgare", anzi "saddamiane", mentre le strade sono un campo di battaglia.
C'è più realismo alla Casa Bianca che nel poll voluto da Paul Bremer, proconsole di Bush in Iraq giunto al passo d'addio. Dan Bartlett, direttore della comunicazione di Bush, dice che in Iraq «resteranno sfide da vincere, anche dopo il passaggio dei poteri: la situazione attuale è «instabile» e «carica di ansia». Le truppe rimarranno laggiù «fin a che la loro missione non sarà compiuta» e, per quanto riguarda i livelli di forza, il presidente darà ascolto ai comandanti sul terreno, che non hanno finora chiesto rinforzi.
Giampiero Gramaglia

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