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Iraq - Lo scenario peggiore: Al Qaida e guerriglia insieme

BAGHDAD - Lo scenario peggiore per l'Iraq, ampiamente previsto, si concretizza. La rete terroristica di al Qaida e la guerriglia irachena di nostalgici del defunto regime, uniti contro gli occupanti americani e il loro «fantoccio», il governo di transizione che esattamente tra sei giorni riacquisirà la sovranità su un Paese devastato dalla guerra. Una sovranità teorica, senza armi.
E l'impotenza di questo governo è più che mai evidente oggi, quando una serie di attentati, apparentemente coordinati, ha messo in fiamme il nord sunnita del Paese, uccidendo con una violenza senza precedenti da quasi un anno almeno 74 persone, fra cui tre americani, e ferendone quasi 300. Autobombe micidiali, kamikaze determinati, lanciati con un piano ben congegnato per eliminare agenti di polizia, militari, guardie nazionali, principalmente iracheni.
L'obiettivo è chiaro. Impedire al nuovo governo di assumere realmente il potere nel paese. Tenere gli americani, e le altre forze della coalizione, stretti nella morsa di una trappola, dalla quale difficilmente riusciranno a liberarsi senza profonde ferite. Sotto le macerie delle bombe restano i corpi dei poliziotti iracheni e dei civili, ma anche il futuro dell'Iraq.
A Mossul è stato un gruppo legato ad Abu Musab al Zarqawi, il giordano presunto capo di al Qaida in Iraq, ma a Baquba e Ramadi sono ex «baathisti» fedeli a Saddam Hussein, ha detto parlando degli attentati di oggi il primo ministro Ayad Allawi, che nel giro di 24 ore ha ricevuto due minacce di morte dalla rete terroristica legata al miliardario saudita Osama bin Laden. Da quando il suo governo è salito il potere il 1 giugno - il 30 ci sarà il trasferimento di sovranità - quasi trecento persone, incluse le vittime di oggi, sono state uccise, con una media di un'autobomba al giorno. Due ministri, un numero imprecisato di funzionari governativi e professori universitari, sono stati assassinati da chi «vuole bloccare la strada del progresso e della democratizzazione», dice l'economista Shakr Adjili. Decine di attentati sono andati a vuoto, per caso, non per l'abilità di averli prevenuti. Oltre 700 poliziotti sono stati uccisi in un anno.
Il Paese non ha un esercito e soprattutto non ha i servizi segreti, che in tutto il mondo sono la principale arma contro il terrorismo. Il nostro esercito «diverrà il guardiano della democrazia, della legge e dell'ordine», ha detto il ministro della difesa Khazem al Chalan, «con l'aiuto della Coalizione». E della Nato, spera il primo ministro che ha chiesto all'Alleanza atlantica tecnologia e addestramento. Gli americani daranno 3,5 miliardi di dollari per ricostruire la difesa irachena, distrutta tecnologicamente da anni di sanzioni imposte dopo l'invasione del Kuwait nel 1990. Ma le forze armate, 200.000 uomini, sono un progetto in divenire.
«Un gravissimo errore è stato smantellare l'esercito», dice Abdul Wahab el Qassab , vice ammiraglio, messo in pensione nel 1990, dopo l'invasione del Kuwait, forse per la sua opposizione alla fallimentare impresa che portò alla guerra del Golfo, ed oggi direttore del Centro di studi strategici Azzaman. Generali e soldati iracheni non opposero nessuna resistenza all'avanzata anglo-americana lo scorso anno, «non potevano ribellarsi a Saddam, ma decisero di non difenderlo». Ma gli americani, in una miopia strategica di cui il mondo sta pagando le conseguenze, li hanno mandati tutti a casa, appena conquistata Baghdad. Migliaia di uomini, oggi senza lavoro e con molto risentimento. La testa e la base di una resistenza, che si è trasformata in guerriglia e che elementi del terrorismo internazionale corteggiano, alimentano, sfruttano. Un compito quanto mai facile in un Paese dove non ci sono più regole, dove ci si sveglia ogni mattina con l'eco di un'esplosione e ci si addormenta alla sera al suono degli spari. Gli americani hanno creato mille aspettative, non soddisfatte. La gente li ha accolti bene, ma oggi non sa più cosa attendersi dal domani.
Dalle frontiere di deserti entrano terroristi e droga, che conquistano menti e spirito di giovani. Con Saddam semplicemente non osavano. C'è un disegno preciso dall'estero, dice Qassab , Arabia saudita, Iran e Siria hanno tutto l'interesse a lasciare che l'Iraq cada nell'anarchia, preda del terrorismo. «Il successo della democrazia in Iraq, metterebbe in crisi il potere dei governanti arabi».
Le forze della Coalizione « sono fiduciose» , ha detto il generale Mark Kimmitt, il numero due della potenza militare americana in Iraq. Ma le voci insistono che il peggio deve ancora arrivare: «quest'ultima settimana, prima della transizione, sarà un inferno» dicono.
Barbara Alighiero

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