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Le incognite della ratifica

BRUXELLES - Fatta la Costituzione, si apre ora l'altro delicato capitolo della sua ratifica. Per entrare i vigore, in teoria, la Costituzione europea dovrebbe essere prima ratificata da tutti i 25 Stati europei: un estenuante percorso ad ostacoli lungo probabilmente due anni e reso impervio dal vento dell'euro-scetticismo che - come dimostrato dalle elezioni europee di due settimane fa - soffia sul continente.
Le ratifiche devono essere conquistate in alcuni Paesi 'solò nei parlamenti nazionali ma in altri anche sul campo di prevedibilmente combattuti referendum popolari. Il tutto con la premessa di una tornata elettorale europea connotata da un astensionismo elevato e, seppur piccole, piccole affermazioni di forze dichiaratamente euro-scettiche: ha votato meno di un elettore su due e uno su dieci, secondo una valutazione della Commissione europea, sostanzialmente contro l'Europa unita.
Non è chiaro però quello che potrebbe succedere se uno o più degli Stati con le opinioni pubbliche maggiormente euro-scettiche si dovesse opporre alla ratifica della Costituzione europea. Secondo fonti che hanno preso visione del testo varato la scorsa notte e soprattutto dei suoi allegati rilevanti in proposito, se due anni dopo la firma del Trattato ci saranno Paesi che non hanno completato il processo di ratifica, il problema dovrà essere esaminato dai capi di stato e di governo riuniti nel consiglio europeo come ieri sera. La nuova Costituzione, per la prima volta, offre la possibilità agli Stati dell'Ue di uscire dall'Unione dando il tono della drammaticità epocale a qualsiasi dibattito.
Va tenuto presente che in ben nove stati dell'Ue allargata (almeno secondo una rilevazione dell'Istituto Iri Europe), è stato preso un «chiaro impegno» ad organizzare referendum che consentano alla gente di approvare o meno il testo: si tratta di Gran Bretagna, Spagna, Polonia, Olanda, Portogallo, Belgio, Danimarca, Irlanda e Lussemburgo. Aspettative di un referendum vengono rilevate dall'Iri però anche in Francia, Repubblica ceca, Slovenia, Slovacchia e nei tre Paesi baltici di Estonia, Lettonia e Lituania. Ma pure in Paesi come Germania, Finlandia, Malta, Svezia e Italia, secondo l'Istituto, sono in corso intensi dibattiti per attribuire ai cittadini il diritto di esprimersi sul Trattato.
Comunemente, sono considerati più euroscettici Paesi come Gran Bretagna, Svezia e Danimarca, ma tensioni anti-europee vengono rilevate anche ad est, ad esempio in Polonia e Repubblica ceca. I danesi, in ben due referendum, hanno detto 'nò al Trattato di Maastricht che ha creato l'euro: un testo che fu accettato dai francesi con una ridotta maggioranza (indicata con l'immagine del 'petit oui").
Qualora qualche Paese, come possibile se non probabile, dirà ancora una volta 'nò, è lo stesso Trattato a distinguere tra quello che può essere definito un problema 'piccolò e uno 'grandè. L'esame dei leader viene previsto nel caso in cui quattro quinti delle nazioni (allo stato attuale 20) approvino e una o più si rifiutino: uno scenario in cui può essere ipotizzabile una sorta di «alzata di spalle» da parte della maggioranza che potrebbe ben imporre un'entrata in vigore della Costituzione per tutti, compresi quelli che hanno detto no ma non hanno il coraggio di andarsene. Se poi i Paesi recalcitranti dovessero essere sei o più, la crisi istituzionale sarebbe veramente senza punti di riferimento.
In ogni caso un processo di ratifica attraverso referendum viene visto da alcune parti - e in primo luogo dal presidente della Convenzione che ha stilato la bozza del Trattato, Valery Giscard d'Estaing - come una buona occasione per spiegare ai cittadini quali vantaggi porta un'Unione europea ancora più unita da una Costituzione.
Rodolfo Calò

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