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I fatti e le reazioni

WASHINGTON - I terroristi dell'organizzazione saudita di al Qaida, la rete di Osama bin Laden, hanno mantenuto la loro macabra promessa di uccidere un ostaggio americano ma, se le indicazioni provenienti dall'Arabia Saudita verranno confermate, hanno anche perso tre dei loro leader di spicco.
Allo scadere dell'ultimatum di 72 ore lanciato martedì, i fondamentalisti islamici hanno decapitato, ieri, Paul Marshall Johnson, 49 anni, l'ingegnere del New Jersey che lavorava per la Lockheed Martin, una delle principali industrie belliche Usa, e che era stato rapito all'inizio della settimana, a Riad.
Poche ore dopo, il colpo di scena: in una serie di operazioni antiterrorismo a Riad, le forze dell'ordine saudite hanno ucciso quattro terroristi di al Qaida, direttamente coinvolti nella vicenda Johnson, tra cui il suo capo nella penisola arabica, Abdulaziz al Muqrin, secondo quanto hanno informato le emittenti panarabe al-Arabiya e al-Jazira.

L'FBI ERA PRONTO AL BLITZ - A nulla sono servite le operazioni a tappeto lanciate dalla autorità saudite a Riad e nella periferia della capitale per liberare Johnson. A nulla sono serviti i 20 agenti dell'Fbi, specializzati nella liberazione di ostaggi, giunti in Arabia Saudita negli ultimi giorni per dare una mano alle forze dell'ordine del regno.
O almeno, le teste di cuoio sono intervenute troppo tardi, quando il corpo di Johnson era già stato trovato in un'area poco frequentata del nord di Riad.
L'eliminazione così rapida (ma tardiva) dei quattro militanti ha stupito negli Stati Uniti, dove, anche se nessuno lo riconosce apertamente, si parla spesso di complicità tra alcune frange delle forze dell'ordine saudite e al Qaida.

IL TERZO DECAPITATO DA AL QAIDA, IL PRIMO NON EBREO - L'America è sotto shock, perché Johnson è il terzo ostaggio decapitato da al Qaida, dopo il giornalista del Wall Street Journal Daniel Pearl, nel 2002 in Afghanistan, e il giovane uomo di affari Nicholas Berg, solo poche settimane or sono in Iraq.
Johnson è anche il primo non ebreo decapitato dagli integralisti di al Qaida, il che sembra confermare che il fronte dei fondamentalisti si è allargato e che l'obiettivo è colpire tutti gli americani e non solo quelli legati - almeno agli occhi di al Qaida - alla politica di Israele.

BUSH E POWELL, UN ATTO DI BARBARIE - Dallo Stato di Washington dove si trovava ieri, il presidente degli Stati Uniti, dopo avere espresso «la più profonda solidarietà» alla famiglia di Johnson, ha detto che l'esecuzione «dimostra qual è la vera natura del nemico che stiamo affrontando», e che si tratta di un delitto «senza giustificazioni, commesso a sangue freddo... Non ci faremo intimidire».
Anche il segretario di Stato Usa Colin Powell ha parlato, come Bush, di «atto di barbarie», aggiungendo che «questa azione dimostra, ancora una volta, che il mondo si trova a confrontarsi con persone capaci di decapitare o di assassinare qualcuno a sangue freddo».

LA FAMIGLIA NON PARLA - A Eagleswood Township, vicino a Atlantic City, nel New Jersey, i familiari di Johnson, tra cui il figlio Paul Johnson III, che avevano lanciato un appello ai rapitori e chiesto che si avviassero negoziati, rimangono chiusi in casa, dopo avere sperato fino all'ultimo minuto che i rapitori avrebbero risparmiato il congiunto, e dopo avere partecipato la notte prima ad una veglia con le candele.
Anche la giovane moglie thailandese dell'ostaggio, Thanom, con il capo coperto, aveva lanciato un appello ai rapitori di fronte alle telecamere della rete panaraba al-Arabiya. E c'erano stati appelli da parte di imam sauditi e di colleghi - arabi e musulmani - di Johnson, che ne hanno sottolineato l'interesse per l'Islam e l'opposizione alla politica estera del presidente americano George W. Bush.
Di negoziati con i terroristi non si è mai parlato. Lo avevano spiegato le autorità saudite sin dall'inizio della vicenda, lo ha confermato alla Cnbc il vicepresidente degli Stati Uniti Dick Cheney, affermando: «Non negoziamo mai, come regola generale, con i sequestratori».

SPERANZE QUASI NULLE DI RISOLVERE CASO JOHNSON - Che le speranze di giungere ad una soluzione positiva fossero avvero molto poche, lo conferma un articolo, pubblicato da AbcNews, di Al Muqrin, il leader di Al Qaida nella Penisola Arabica, ucciso in serata. Egli spiegava che gli ostaggi devono essere sempre uccisi, per ottenere credibilità, e che è proibito rinviare la scadenza di un ultimatum perché «la squadra (dei rapitori) ne uscirebbe indebolita, aumenterebbe la tensione, metterebbe a rischio la sicurezza».
Al Muqrin aveva 33 anni. Sedici li aveva trascorsi al servizio della rete terroristica di Osama bin Laden, ed era ritenuto il capo dell'organizzazione di al Qaida nella Penisola Arabica. Aveva preso il posto dello yemenita Khaled Ali Haj, ucciso nel marzo 2004, e cominciato subito dopo a organizzare centri di addestramento per la guerriglia nel deserto.
In uno dei messaggi che gli sono stati attribuiti, il gruppo guidato da Muqrin ha rivendicato le stragi commesse ad al Khobar alla fine di maggio (venne ucciso anche l'italiano Antonio Amato) e ha promesso di «respingere le forze dei crociati e di liberare la terra dei musulmani, applicare la Sharia (legge coranica) e ripulire la penisola Araba dai miscredenti».
Emanuele Riccardi

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