Venerdì 14 Dicembre 2018 | 11:02

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Interviste ZANOTELLI PARLA AL CUORE DEGLI STUDENTI

Un incontro intensissimo con Alex Zanotelli, missionario comboniano che ha speso la sua vita con i più poveri tra i poveri. Un appello al Nord del mondo perchè rompa gli ingranaggi perversi che generano ingiustizie planetarie.

Alex ZanotelliIl 19 febbraio scorso, gli alunni del Liceo classico "E.Duni" di Matera hanno incontrato Alex Zanotelli, un missionario comboniano che ha trascorso dodici anni della sua vita a Korogocho, una delle tante baraccopoli di Nairobi, capitale del Kenya.
Per tutti è stato un momento di profonda riflessione e commozione: ascoltare le storie di ragazzine costrette a prostituirsi per sopravvivere o di bambini che tentano il suicidio per sfuggire ad un'esistenza crudele ha alimentato il desiderio di agire concretamente per risolvere questi problemi, con la consapevolezza che una testimonianza come quella di Zanotelli deve essere un punto di partenza in questa direzione.
Colpiti dalla personalità dell'uomo e dal coraggio del missionario, gli abbiamo posto alcune domande.

Dopo tanti anni trascorsi in Africa, lei ha deciso di tornare in Italia. Cosa l'ha spinta a prendere questa decisione?
L'importante per noi che proveniamo dal Nord del mondo è ritornare nel Nord del mondo, non importa se si tratta di Italia o Stati Uniti. Bisogna aiutare la gente a capire che, andando avanti di questo passo, andiamo alla morte, che ammazziamo la gente, che Korogocho è il risultato di un sistema economico che abbiamo tra le mani. Quindi non si tratta solamente di andare a fare assistenza o di dare l'elemosina, ma si tratta di un minimo di giustizia. Ecco l'importanza di ritornare nel "cuore del sistema" e metterlo in discussione per aiutare la gente a capire. Bisogna porre il problema in termini politici. Per esempio, le baraccopoli sono volute a Nairobi: se si paga così poco la gente in una città dove la vita costa tanto, non è possibile non vivere nelle baraccopoli. Allora quando si pone questo problema, si pone il problema politico del sistema che crea quella realtà. E io sono tornato proprio per far capire ciò alla popolazione occidentale.

In un'intervista lei ha detto di aver trovato Dio negli sguardi della gente di Korogocho. Cosa ha significato per lei anche uno solo di quegli sguardi?
Gli sguardi di tanta gente, soprattutto di quella che soffre enormemente, mi sono penetrati dentro. Per me non sono più numeri o statistiche, ma volti di persone che mi hanno voluto bene e che mi vogliono bene. Alcuni sono già morti, altri stanno resistendo, ma sono parte di me: ecco perché dico che sono stati la rivelazione del volto di Dio. Sui volti dei poveri, degli schiacciati, dei crocifissi ho riscoperto il volto di un Dio di parte. Ho riletto le scritture ebraiche e cristiane come davvero le scritture che stanno dalla parte dei poveri, espressione di quel Dio che cammina nei sotterranei della vita della storia.

La presenza di Dio si avverte maggiormente nei luoghi in cui le condizioni di vita sono precarie e disperate. Dio è un bisogno riservato solo a coloro che hanno gravi problemi di sussistenza o c'è spazio per Dio anche nella società occidentale afflitta da problemi a volte effimeri?
E' chiaro che Dio in questa società occidentale non ha più spazio, cioè, ne ha soltanto nella sfera privata. Non c'è spazio pubblico, non c'è spazio di dimensione politica, economica, sociale, culturale. Allora c'è qualcosa che non va in questa maniera di guardare al problema di Dio. Chiaramente, i poveri sentono maggiormente il "mistero": è incredibile la presenza di Dio quando preghi con loro. Non sono, però, convinto che questo sia un privilegio riservato solo ai poveri: ho visto ricchi che venendo a Korogocho sono stati radicalmente trasformati e hanno appreso una dimensione che non conoscevano, cominciando anche a viverla. Ricordo, per esempio, uno dei più grandi chirurghi d'Italia che veniva in Kenya un paio di volte all'anno: quell'esperienza l'ha toccato a tal punto che, quando si è ammalato di tumore, ha voluto seguire gli stessi riti dei poveri di Korogocho. Abbiamo pregato con lui e con tutta la sua famiglia, l'abbiamo unto secondo la tradizione e mi sono accorto che, in fondo, tutti sentiamo il bisogno di Dio. Il problema è che viviamo in una società talmente materialistica che non c'è spazio per la spiritualità, per Dio, per il "mistero".

Alex ZanotelliNietzsche ha scritto: "Dio, la formula di ogni calunnia dell'aldiqua, di ogni menzogna dell'aldilà! In Dio è divinizzato il nulla, è consacrata la volontà del nulla". Lei dice che l'ateismo è l'unica via per riscoprire Dio, ma non la spaventa sapere che c'è qualcuno che ha creduto e crede queste cose? Come commenterebbe questa frase alla luce della sua esperienza?
Voglio precisare che l'ateismo può essere una delle tante vie per riscoprire Dio. Quando Dio diventa il garante del disordine costituito, allora l'unica soluzione è sbarazzarsi di quel concetto di Dio. L'ateismo diventa una formula in Occidente: quelli che si dicono atei si sbarazzano di un Dio sfruttato per benedire un sistema che opprime e schiaccia e lentamente poi si rendono conto che c'è anche qualcos'altro dietro la figura di Dio. Nietzsche è l'espressione del nichilismo europeo che poi ha portato addirittura al nazismo. Io sono assolutamente convinto che dietro l'uomo c'è un mistero, un grande mistero; poi le varie esperienze religiose lo esprimono in modo diverso, ma in Occidente abbiamo sicuramente bisogno di un ritorno alla spiritualità. Nietzsche esprime la sua contestazione verso un Dio che è diventato il garante del disordine costituito.

L'istituzione Chiesa può avere qualche colpa nella crisi di valori del mondo d'oggi?
Sì, la Chiesa ha le sue colpe. Penso che il problema della Chiesa sia uno: continua ad essere una religione "civile" quando, invece, dovrebbe essere coscienza critica della società. E' questo lo scopo del Vangelo e noi siamo la Chiesa. Perciò, se vogliamo incidere come cristiani dobbiamo diventare coscienza critica della società e non adattarci ad essa.

In passato lei ha diretto la rivista dei Comboniani,"Nigrizia"; poi, per aver denunciato alcuni casi di corruzione nelle operazioni di solidarietà italiane in Africa, è stato "sollevato" dall'incarico. Quanto ci si può fidare delle campagne di solidarietà che puntualmente ci vengono proposte? Aderire ad esse può essere un modo per sostenere realmente le persone che soffrono, oppure c'è bisogno di un intervento diretto?
Bisogna fare delle distinzioni: l'aiuto pubblico, quello della "cooperazione", a mio avviso è business, lo ha riconosciuto onestamente anche il presidente Berlusconi. Gli aiuti economici dati alle grandi organizzazioni internazionali, generalmente, per l'80% servono a mantenere la struttura, quindi bisogna stare sempre molto attenti. Basterebbe, magari, informarsi su che tipo di associazione propone queste operazioni, dove vanno a finire i nostri finanziamenti e, soprattutto, mai fidarsi senza prima avere delle garanzie.

Chiara Cinnella e Francesco Aiello
Classe III liceale D
Liceo Classico Duni
Matera (Italia)

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