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Inghilterra - Vincono gli euroscettici

LONDRA - E' stato il peggior week-end elettorale per Tony Blair da quando è leader dei laburisti. Prima la batosta alle elezioni amministrative, con il partito finito dietro anche i liberal-democratici, e poi l'altra legnata delle europee che ha fatto piegare le gambe alla leadership politica e governativa del New Labour.
La speranza che i grandi sconfitti alle europee fossero solo i tory è svanita la scorsa notte di fronte ai numeri, con i laburisti in calo di 5 punti - quattro in meno dei conservatori - e con gli indipendentisti al terzo posto dopo aver superato i liberal-democratici. Non una sconfitta come alle amministrative, ma un duro segno di sfiducia ed un ammonimento al premier che ha sempre immaginato la Gran Bretagna uno dei perni centrali del sistema politico europeo.
La consistenza del pericolo ha fatto scendere in campo i big del partito e del governo. Una sorta di operazione preventiva e protettiva prima che si scatenasse una possibile gara al «Blair deve lasciare». Lo stesso Cancelliere dello scacchiere Gordon Brown ha fatto sentire con calore la sua voce in difesa di un premier che per ora rappresenta ancora la miglior carta che il partito possa giocare per conquistare un terzo mandato popolare.
E' su questo che Blair sta lavorando ed è questo che ha cercato di spiegare ai suoi parlamentari nel primo incontro avuto dopo l'uno-due elettorale. Deve riuscire a convincerli che il vero salto nel buio è cambiare il cavallo in corsa. Nessuno nel Labour ha avuto tanti successi come lui. Ed anche se da un anno le vicende internazionali, la guerra in Iraq in primo luogo, hanno indebolito la sua presa sull'opinione pubblica e rotto un rapporto di fiducia che durava da sei anni, Tony Blair ha ancora tutte le carte per rilanciare il suo ruolo.
Blair, d'altra parte, deve dire ai suoi che capisce la rabbia di quanti lo accusano di aver trascurato i problemi interni per andarsi a infilare nel pantano iracheno. Potrà anche dire che capisce le perplessità sorte sulla scelta della guerra e sulle motivazioni di quella scelta.
Un primo passo è stato fatto per rassicurare il partito che il vecchio gruppo dirigente - quello che aveva inventato e fatto vincere il new labour - è ancora tutto lì. Con Brown e Mandelson insieme di nuovo attorno al tavolo le possibilità di rilancio ci sono tutte e la voglia di continuare a governare anche.
Queste scelte, probabilmente, sono anche all'origine delle reazioni prudenti del partito alle due sonore sconfitte. Solo pochi parlamentari hanno chiesto che Blair lasci, mentre nessun giornale ha scritto che il momento di cambiare leadership era arrivato.
I tempi di recupero per il leader sono stretti. Domani incontrerà i giornalisti a Downing Street e lì potrà spiegare le sue tattiche; poi da giovedì fino a fine settimana sull'agenda ci sarà solo l'Europa. Un tema che è diventato nuovamente scottante per la politica britannica. A Bruxelles Blair potrà trovare la forza di difendere le sue «linee rosse», cioè quegli argomenti che i britannici non vogliono veder passare sotto controllo dell'Unione. Ancora più ora che per la prima volta dalla sua elezione si trova con la maggioranza dell'opinione pubblica euroscettica.
Solo un mese e mezzo fa, annunciando a Westminster la sua decisione di sottoporre la costituzione europea a referendum popolare, Blair aveva detto che «è tempo di chiarire una volta per tutte se questo paese, la Gran Bretagna, vuole essere o no al centro e nel cuore del sistema decisionale. E' tempo di decidere se il nostro destino è di essere un partner importante e un alleato dell'Europa o stare al margine».
Domanda imbarazzante per Blair, che al momento di entrare a Downing Street sette anni fa aveva promesso di fare del Regno Unito «un giocatore centrale» nella partita europea.
L'onda di euroscetticismo ha ritrovato slancio e motivazioni che, per la verità, non erano mai venute del tutto meno, a cominciare dalla repulsione verso l'euro e verso tutto quello che sa di euroburocratico. E che l'Europa sia un punto delicato per il Regno Unito ne è prova il fatto che quello annunciato da Blair nell'aprile scorso è il secondo referendum generale in tutta la storia del paese e che il precedente era stato tenuto nel 1975 sempre su un tema europeo, la permanenza o meno all'interno della comunità europea. Un tema che ora i 12 parlamentari europei dell'UKIP hanno promesso di rilanciare e di riportare al centro del dibattito politico, spiazzando i conservatori che avevano trovato un equilibrio interno sotto la leadeship di Michael Howard, legato ad una politica non aggressiva dopo anni di lacerazioni su Europa «sì» o Europa «no».
Una bandiera di lotta alzata per tanto tempo da Margareth Thatcher ed ora passata nella mani del giovane partito indipendentista, che proprio oggi ha annunciato che si organizzerà per diventare un movimento di massa.
Francesco Bianchini

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