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L'astensione sotterra il mito dell'euroentusiasmo: ecco i numeri della protesta

ROMA - Non è questione di buoni o cattivi, di europeismo forte o debole. È una tendenza, inesorabile, che pare collegata a fermenti e necessità che nessun appello è in grado di controbilanciare: l'astensione la fa da padrona alle elezioni europee e fa segnare un nuovo record assoluto. C'è da scommettere che alle prossime elezioni verrà segnato un nuovo record.
La fotografia della realtà è stata fornita da un sondaggio della Gallup, che ha fatto un calcolo che non dovrebbe distaccarsi gran che dai dati definitivi. Si afferma che in questo turno elettorale si è recato alle urne il 44,6% degli aventi diritto. Mai nelle precedenti elezioni era stato raggiunto un tale livello di astensionismo. Ma il confronto indica anche che la linea di tendenza è rettilinea e punta diritta verso il basso: 49,8% nel 1999 (con l'Unione europea a 15), 56,8 nel 1994 (Ue a 12), 58,5 nel 1989 (sempre 12 Stati membri), 61 nel 1984 (10 Stati) e 63 nelle prime storiche, sentitissime elezioni a suffragio diretto del 1979 (con la allora Cee a nove membri - Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca -).
La tendenza non cambia neppure se si sconta l'eccesso di astensionismo portato dai nuovi venuti dell'est, considerati meno avvezzi ai rituali della democrazia. E poco importa se l'ingresso nell'Ue fosse stato sbandierato, soltanto un mese e mezzo fa, come un epocale cambiamento di prospettiva. Forse per i governanti era così (e a ben guardare neppure tutti, se si ricorda la tentazione di alcuni governi dell'Est europeo di ostentare amicizia più verso Washington che verso Bruxelles). Ma la gente era sempre sembrata incerta, timorosa, pronta ad ascoltare, se non proprio le sirene dell'euroscetticismo, almeno la voce della noia.
La vecchia Europa dei 15 ha votato infatti con una percentuale del 47,7%. Pur sempre un record. I dieci nuovi membri, entrati nell'Ue appena un mese e mezzo fa, si sono attestati sul 28,7%. Ci sono eccezioni alla regola, ma mai come in questo caso le eccezioni hanno finito con l'essere una conferma della regola: la Finlandia ha aumentato di oltre 10 punti la sua percentuale di partecipazione rispetto alle elezioni del 1999, 41 contro 30% (ma certo sarebbe stato difficile scendere ancora). Malta - nuova venuta ma guarda caso non dalle nebbie dell'Est - ha fatto registrare un lusinghiero record assoluto tra i 25, con l'82,3%, ma per gli standard del piccolo arcipelago è pur sempre un dato bassissimo: alle recenti ultime elezioni politiche si era toccato il 96%. Una lusinghiera percentuale, oltre il 70%, per Cipro e Grecia. Ma nei due Paesi il voto è - anche se più in teoria che in pratica - obbligatorio e quindi va considerato in modo particolare. Infine anche l'altissima partecipazione del Lussemburgo sembra indicare l'atipicità del piccolo Granducato, in cui peraltro si svolgevano anche elezioni politiche.
Si possono naturalmente fare graduatorie di europeismo e notare, con soddisfazione, che l'Italia è pur sempre avanti rispetto a tutti i partner che contano. Ed è naturale notare in Italia una sensibile differenza rispetto alla clamorosa dimostrazione di disaffezione data dai francesi. Ma va anche considerato che in alcuni Stati - Italia compresa - si votava anche per amministrative, regionali, legislative o presidenziali, e quindi i dati risultano inevitabilmente disomogenei.
Quanto alle conseguenze politiche del crescente astensionismo, va da sé che gli sconfitti non hanno mancato di dargli grande importanza. È il caso del leader socialista greco Ghiorgos Papandreu, che ha rilevato come non si possa parlare di arretramento del suo partito rispetto alle politiche perché oggi ha votato il 70% contro il 76 delle precedenti consultazioni. E anche il nuovo leader socialdemocratico tedesco Franz Muentefering, commentando la sconfitta della Spd, ha dato «un po'di colpa» anche alla bassa affluenza alle urne.
Fabio Tana

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