Mercoledì 12 Dicembre 2018 | 13:56

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Stefio: la cosa più importante è la famiglia

Salvatore Stefio CATENANUOVA (ENNA) - «E' stata dura, molto dura, ma noi eravamo certi di tornare a casa, non abbiamo mai perso la speranza». E' «felice di essere con la famiglia» ma mostra ancora evidenti i segni della sofferenza e dell'angoscia vissuta in 56 giorni di sequestro: Salvatore Stefio è provato e si vede, ma è fermo nel non fornire particolari sul suo sequestro. «E' tutto coperto dal segreto istruttorio - spiega - ne riparleremo quando la magistratura chiuderà l inchiesta».
Ha deciso di rompere il silenzio all' indomani del suo arrivo a casa per «ringraziare tutti gli italiani». Per questo parla con i giornalisti dall' abitazione di contrada Isola di niente, a Catenanuova, accanto alla moglie, Emmanuela, e al suocero, Carmelo Nicolosi.
«Durante la nostra prigionia in Iraq eravamo in stato di cattività, di costrizione massima» dice Stefio rivelando che con gli altri ostaggi era in un locale che era «in condizioni igieniche non perfette». A un giornalista che gli chiede se erano anche ammanettati risponde: «sì, sì, eravamo - ripete - in condizioni di restrizione massima...».
«Sono stati giorni molto duri - sottolinea Stefio - ma non abbiamo mai perso la speranza di tornare a casa: in ogni caso eravamo coscienti di trovarci in mano a dei terroristi». Stefio parla anche dei rapporti con gli altri due ostaggi, Agliana e Cupertino: «Tra di noi - rivela - si era creato un rapporto molto forte, di intesa immediata su tutto». Poi conferma che né lui né i suoi due compagni di prigionia sapevano della morte di Fabrizio Quattrocchi. «La notizia ufficiale - ribadisce - l' abbiamo avuta dall' ambasciatore subito dopo la nostra liberazione». «Se avessimo sospetti sulla sua sorte? Eravamo in mano a terroristi - spiega - ma in noi c' era la speranza di rivederlo. Certo non eravamo in condizioni tali da permetterci di fare delle valutazioni immediate». Alla domanda dei giornalisti se si fosse fatto un'idea del motivo per cui Quattrocchi è stato ucciso, Stefio replica: «Non lo so, in questo momento non riesco ad avere un' idea» anche perché, dice, «Quattrocchi non ha avuto alcuno scontro né attimi di tensione con i sequestratori». Ad essere minacciato era stato invece lui, da uno dei carcerieri che voleva la sua fede nuziale. «Quando ho ricevuto questa richiesta - conferma Stefio - ho reagito e gli ho detto: se vuoi fare questo devi uccidermi. Io sono qua, se vuoi togliermela devi spararmi».
Tra vittime e sequestratori non è scattata la sindrome di Stoccolma: «"quando sei in questo stato di costrizione e cattività - osserva - è difficile capire se ci sono gesti o segni di umanità o cortesia da parte dei sequestratori». Eppure con loro hanno parlato «spesso e di tutto», anche di calcio. «Loro - rivela Stefio - erano degli appassionati di calcio e si lamentavano che nel loro Paese non avesse il giusto seguito, ma non abbiamo mai fatto nomi di giocatori o di squadre italiane». «Ma noi - sottolinea Stefio - con loro parlavano di cose in generale, ma non sapevamo che cosa accadesse fuori perchè i nostri sequestratori non ci dicevano nulla, quindi non sapevamo nulla di quello che accadeva in Italia».
Del suo lavoro Stefio non parla. «Eravano in Iraq per impiegarci nel settore della sicurezza - ribadisce - un settore dove i nomi dei clienti sono riservatissimi e non possono essere rivelati. Ma quando ci hanno sequestrato non stavamo lavorando». A domande sul rapimento, sul luogo e sulla liberazione Stefio risponde con un cortese ma deciso «no comment». «Su questo argomento - replica sempre - non posso parlare». Sul suo futuro non si sbilancia: «Tornare in Iraq? Non lo so - risponde - dipende da mio lavoro. Ma per il momento ho bisogno di riposare e di stare a casa con la mia famiglia».
Se Salvatore Stefio è incerto suo suocero non ha dubbi: «Tornare in Iraq? Non se ne parla nemmeno», replica Carmelo Nicolosi. «Una persona che ha famiglia - sostiene - non può fare questo mestiere». «Salvo - ammette il suocero - ha avuto paura, adesso è molto depresso: quando è arrivato in Italia non ha neppure riconosciuto la moglie, e non ha abbracciato neppure il padre che aveva la bandiera dell'Italia in mano...».
Carmelo Nicolosi rivela di «non guardare più la televisione perché - spiega - quando vedo tre persone una accanto all'altra mi sembra di rivedere le immagini di Salvo assieme agli altri due sequestrati». Nicolosi conferma di «avere ricevuto numerosi telegrammi di congratulazioni» e aggiunge che «William adesso ha alzato il prezzo: non vuole più un pony ma ha chiesto al padre di regalargli un cavallo grande e nero come quello di Zorro, che chiamerà Furia».
Intanto la notte scorsa nella casa di contrada Isola di niente si è tornati a dormire, tranquilli. Anche William che non ha avuto bisogno di attendere le tre di notte per chiudere gli occhi.
Mimmo Trovato

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