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Cupertino: sequestrati perché nel posto sbagliato al momento sbagliato

Umberto Cupertino SAMMICHELE DI BARI - Ha dribblato le domande più compromettenti dei giornalisti, ad alcune altre non ha voluto rispondere, ad altre ancora ha detto che erano poste male. Ventiquattro ore dopo il ritorno a casa, Umberto Cupertino sta meglio, sta uscendo dall'incubo in cui era piombato il 12 aprile scorso, il giorno del sequestro.
Il suo sguardo non si perde più nel vuoto come accadeva ieri sera quando 500 persone in festa lo hanno aspettato sotto casa, lo hanno acclamato, e lui ha gioito, ha pianto e urlato: grazie.
Quindi, nonostante la lunga conferenza stampa, restano senza risposta diverse domande poste dai cronisti. Gli viene chiesto: 'quanto avrebbe guadagnato?'. E lui risponde: «Non lo so. In Iraq avremmo visto cosa avremmo dovuto fare». Chi l'ha contattato per andare in Iraq?. La risposta è: «C'è stato un contatto, il mio numero di telefono ce l'hanno in tanti, e sono andato in Iraq». E' evasivo e si contraddice alla domanda se era armato al momento del sequestro. «Eravamo armati - risponde - c'era chi aveva qualcosa che adesso non ricordo. Io non ricordo se ero armato». Poi risponde con un «Boh, non mi ricordo», alla domanda se avesse più o meno esperienza in zone dove ci sono operazioni di guerra, dato che egli non ha neppure il porto d'armi.
Immediata, invece, la risposta alle altre domande. Pronta anche la precisazione sul fatto che «i magistrati e i carabinieri non ci hanno fatto nessuna raccomandazione sulle dichiarazioni da rilasciare ai giornalisti: ci hanno detto - spiega - di raccontare le nostre emozioni, di parlare...».
Poi Umberto ricorda il momento del sequestro avvenuto - ha detto - «sulla strada tra Baghdad e Amman, mentre tornavamo indietro dopo che era saltato il contratto di lavoro»; di quando la loro auto è stata bloccata e loro sono stati bendati e costretti a salire sulle automobili dei sequestratori.
«Volete sapere qual è stato il momento più duro di tutta la prigionia?», chiede Umberto stesso ai giornalisti. «Ve lo dico: 57 giorni e qualche ora. Abbiamo temuto sempre per la nostra vita. Temevamo di morire in ogni momento perchè abbiamo avuto l'impressione che i rapitori non aspettassero un giorno in particolare per ucciderci». Umberto spiega così di non esser sorpreso dal testo della rivendicazione trovato oggi e datato 5 giugno con il quale doveva essere annunciata l'uccisione dei tre italiani.
Poi racconta del momento più bello, dell'unico momento che ricorderà per tutta la vita: «quello della liberazione». Lo descrive così: «Eravamo in camera, seduti. Abbiamo sentito le eliche di un elicottero, si è alzata la polvere. Ho sentito il rumore del portoncino in ferro che veniva abbattuto, hanno fatto irruzione dei militari che ci hanno detto: 'Usa, go, go, gò. Poi un militare mi ha tagliato il filo che avevo attorno ai polsi, mi ha preso sottobraccio e mi ha caricato su un elicottero».
Sul motivo della missione in Iraq Umberto ha spiegato che «li andavo a lavorare». «Avrei aiutato - spiega - imprenditori stranieri che volevano aiutare il popolo iracheno a progredire». Poi afferma di aver conosciuto Fabrizio Quattrocchi a Baghdad, Salvatore Stefio a Roma e di Maurizio Agliana dice: «E' un collega, era già mio amico».
Al giornalista che gli chiede chi gli ha dato il permesso di andare in Iraq Umberto risponde sorridendo: «Per andare a Baghdad serve solo un biglietto aereo, non servono autorizzazioni».
Roberto Buonavoglia

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