Mercoledì 12 Dicembre 2018 | 23:54

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Con gli ostaggi in Iraq girati 5 video

ROMA - Cinque video - e non 3 come quelli poi trasmessi - sono stati girati dai sequestratori con Salvatore Stefio, Umberto Cupertino e Maurizio Agliana nei 58 giorni di prigionia. E ogni volta che dovevano girare i filmati, i rapitori mettevano a disposizione degli italiani un «banchetto sfarzoso» e ordinavano loro di mangiare; poi li incatenavano di nuovo e li facevano sdraiare a terra. Il giorno dopo il rientro in Italia, nuovi particolari emergono dai racconti fatti dai tre ex ostaggi.

IL VOSTRO GOVERNO NON FA NIENTE PER VOI - Agliana ha detto che i rapitori «si definivano mujaheddin», che con loro i prigionieri comunicavano in inglese e che c'era solo una persona «che conosceva qualche parola di italiano stentato, storpiava le parole». E questi non poteva controllare cosa si dicevano tra loro i prigionieri perchè «non lo capiva». Agliana ha aggiunto di aver visto alcuni sequestratori in faccia e altri no perchè erano «totalmente coperti». Non hanno subito violenze fisiche, ma una grande pressione psicologica. «Il vostro Governo non fa niente per vo», ci dicevano, ricorda sempre Agliana, che ha un'opinione precisa sui motivi del sequestro: «penso che siamo stati rapiti per essere merce di scambio». Quanto a Fabrizio Quattrocchi, spiega, «quando lo hanno portato via, il terzo giorno, è stato il momento più difficile. Ho sperato che lo riportassero nella stanza con noi, ma la speranza non è stata esaudita».

TEMEVAMO DI MORIRE OGNI MOMENTO - Cupertino rievoca i momenti della liberazione. «E' avvenuto così: eravamo nella camera in cui ci tenevano rinchiusi. Abbiamo sentito le eliche di un elicottero, si è alzata la polvere. Poi ho sentito il rumore del portoncino in ferro che veniva abbattuto. I militari che hanno fatto irruzione, ci hanno detto: «Usa, go, go, gò». Sui giorni passati nelle mani dei sequestratori, ricorda che «ogni volta che dalla prigione si sentivano i boati provocati dalle bombe, loro esultavano». Durante la prigionia, prosegue, «ci hanno spento psicologicamente. I sequestratori non ci dicevano nulla, ci ripetevano che la nostra nazione era molto, molto lontana. Ma noi avevamo fiducia che sarebbero venuti a prenderci per liberarci». I rapitori «erano quasi tutti mascherati, ci mettevano le armi davanti agli occhi, poi ci guardavano in modo minaccioso, ci fissavano: temevamo di morire in ogni momento». Cupertino sottolinea che durante la prigionia lui e gli altri due italiani erano «bendati».

CON LORO PARLAVAMO ANCHE DI CALCIO - Da parte sua Stefio ribadisce che «sono stati giorni molto duri, eravamo in condizioni di costrizione massima». Con i carcerieri, rivela, «abbiamo parlato spesso e di tutto, anche di calcio. Loro erano degli appassionati e si lamentavano che nel loro Paese il calcio non avesse il giusto seguito, ma noi con loro parlavano di cose in generale, non sapevamo che cosa accadesse fuori perchè i nostri sequestratori non ci dicevano nulla, quindi non sapevamo nulla di quello che accadeva in Italia».

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