Giovedì 13 Dicembre 2018 | 07:26

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Agliana: salvo grazie alla famiglia ed alla Fede

Maurizio Agliana PRATO - Si è presentato ai giornalisti preceduto da un imponente servizio d'ordine, garantito dai suoi amici e colleghi guardie del corpo, che lo hanno trattato al pari di una delle tante star internazionali per cui hanno già lavorato. Ma nella sua prima uscita pubblica, dopo 58 giorni di prigionia in Iraq («e non 56 com' è stato scritto», ha precisato), Maurizio Agliana è apparso più «Cucciolo» che «Manone», i due soprannomi che gli sono stati cuciti addosso.
Maglia rossa con la scritta 'Do you wanna...', pantaloni blu, scarponcini bejge, sbarbato (ma ha lasciato il pizzetto) e con i capelli tagliati: chi si aspettava di vedere un Rambo, anfibi ai piedi e sguardo da duro, è rimasto deluso. L' ex ostaggio pratese, dapprima ha affrontato la stampa con l'aria di chi non gradisce troppe domande - complice anche la ressa provocata dai vari bodyguard presenti, che hanno tenuto a debita distanza i giornalisti, creando con catene stradali un'area di accesso vietato - poi si è dimostrato molto più loquace del previsto e si è messo più volte a scherzare con gli amici e i parenti che gli sedevano accanto (c'era la sorella Antonella, ma il suo «bersaglio» preferito è stato il babbo Carlo).
Un ritorno alla normalità a tutti gli effetti per Maurizio, che stamani ha fatto la sua prima colazione (cappuccio e fette biscottate, preparate dalla sorella) dopo quasi due mesi da sequestrato e si è fatto consegnare qualche quotidiano. Il volto si adombra solo quando ricorda i giorni da ostaggio. «Non siamo mai stati maltrattati fisicamente (Agliana ha smentito che Stefio presentasse un'ematoma al volto, come sembrava da un video), ma dal punto di vista psicologico siamo stati segnati perché è stata dura. Abbiamo pensato a tante cose, ma non voglio dirle».
«Avete ricevuto minacce di morte?», gli è stato chiesto. «C'era qualche gesto implicito, abbiamo pensato tutti i giorni di essere uccisi». Poi passa a descrivere le condizioni in cui erano tenuti: «Abbiamo sofferto la fame, non ci davano sempre da mangiare e da bere». Per superare quei momenti, allora, «ci siamo aiutati a vicenda, cercando di trovare la serenità tra di noi e senza mai farci vedere sottomessi». Operazione difficile, visto che tutti venivano «sempre tenuti sdraiati a terra e incatenati».
Particolari del sequestro, come della liberazione, Agliana dice di non poterli fornire. Ricordando il blitz che ha messo fine alla loro prigionia, l'ex ostaggio toscano racconta che dei «personaggi» (ma non specifica chi) sono arrivati e «ci hanno incitato ad alzarci e ad andare via, dopo aver tagliato le nostre catene». «E' stata un'emozione forte. Quando mi sono trovato in piedi - rivela Agliana - e ho cominciato a camminare mi sono detto: ok, ce l'ho fatta, torno a casa».
La speranza, comunque, non l' ha mai abbandonato: «Ho pregato e pensato molto alla mia famiglia». Ad aiutarlo anche la fede: «Mi sono affidato a Dio, cercando di imboccare un percorso spirituale». Poi un ringraziamento a «istituzioni, stampa, chiunque, tutti indistintamente, ci ha aiutato a tornare a casa». Non sa ancora se rivelerà quanto accadutogli alla madre, Licia, malata e tenuta miracolosamente all'oscuro di tutto: «Deciderò nei prossimi giorni che cosa fare e come affrontare la questione con lei». Ma il suo lavoro, come la mamma, resta intoccabile: «Non siamo quelli che ci hanno descritto, facciamo una professione seria, riconosciuta in tutto il mondo, e io continuerò a svolgerla». Anche tornando in Iraq? «Quando sarà tutto tranquillo e a posto - risponde dopo un attimo di esitazione - sì. In vacanza però».
Leonardo Cioni

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