Giovedì 13 Dicembre 2018 | 20:41

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Decisione storica, ma sono vaghi i tempi ed i modi del disimpegno dai Territori

Ariel Sharon TEL AVIV - Al termine di un animato dibattito protrattosi per sette ore, il governo israeliano ha deciso oggi a grande maggioranza di ritirarsi unilateralmente dalla striscia di Gaza.
Per il premier Ariel Sharon - che proprio 37 anni fa, in qualità di comandante della regione militare meridionale, entrava a Gaza nelle prime fasi della Guerra dei sei giorni - si è trattato certamente di una decisione storica. E anche di una importante vittoria politica, dopo che solo un mese fa gli iscritti al Likud avevano bocciato un progetto di ritiro molto simile a quello approvato oggi da 14 ministri, fra cui nove ministri del suo stesso partito.
«La decisione del governo - ha detto stasera Sharon - è un messaggio destinato agli israeliani, ai palestinesi e al mondo intero. Israele prende il futuro nelle proprie mani. Il disimpegno è dunque iniziato. Entro la fine del 2005 Israele intende uscire da Gaza e dal nord della Samaria» (Cisgiordania settentrionale).
Sharon ha spiegato che si tratta di una decisione della massima importanza per la sicurezza dello Stato ebraico e anche per la sua composizione demografica. «Israele - ha incalzato - non intende aspettare oltre i palestinesi. Se non combatteranno contro il terrorismo, continueranno a perdere i loro beni. L'unica strada per la pace li obbliga a lottare contro il terrorismo, contro la violenza, contro l'istigazione all'odio».
La battaglia in seno al governo è stata infuocata. Alcuni ministri della destra del Likud hanno imposto che lo smantellamento delle colonie restasse implicito, e non fosse menzionato apertamente. Da parte loro i centristi di Shinui hanno insistito affinché l'inizio degli sgomberi dei coloni avesse una data precisa: fissata nel marzo 2005.
I ministri del Partito Nazional-religioso - che pure hanno votato contro la risoluzione del governo - hanno insistito a loro volta affinché i finanziamenti correnti per le colonie di Gaza non fossero in alcun modo ridotti, o congelati.
Preso strettamente alla lettera, il testo approvato infine dai ministri è un documento contorto e talvolta contraddittorio. Ma il significato politico e simbolico è netto: da oggi gli insediamenti ebraici a Gaza non hanno futuro per volere dell'uomo politico israeliano (Sharon) che li ha voluti per primo sul terreno e che ancora un anno fa sosteneva che «la colonia Netzarim (alle porte di Gaza - n.d.r.) protegge Tel Aviv».

ALTA INSTABILITÀ POLITICA
Ma Sharon avrà poco tempo per celebrare la vittoria riportata al governo. Già domani la Knesset (parlamento) discuterà una nuova mozione di sfiducia. E la coalizione si sta sfaldando. Lo stesso premier ha estromesso venerdì dal governo il partito di estrema destra Unione Nazionale (sette deputati).
Stasera il Partito nazional-religioso (sei deputati) deve decidere se lasciare pure il tavolo del governo. Il leader Efraim Eitam è pronto a dare le dimissioni, il suo compagno Zevulun Orlev suggerisce di attendere. Finora lo sgombero della colonie - nota Orlev - non è ancora nemmeno dietro l'angolo.
Perché il governo ha stabilito che nei prossimi mesi verrà svolto solo il lavoro organizzativo necessario allo sgombero in massa da Gaza di ottomila coloni. Si dovrà completare l'iter parlamentare, si dovrà discutere la entità dei risarcimenti, si dovranno reperire fondi necessari ed allestire strutture per accogliere gli sfollati. Dunque, dice Orlev, non c'è fretta.
Tutto può accadere.
Nello stesso Likud, una quindicina di deputati non approvano affatto la politica di Sharon. In parlamento, il premier rischia dunque di trovarsi presto o tardi in minoranza. Ieri Sharon ha discusso a lungo il da farsi con il suo rivale politico (e grande amico personale) Shimon Peres. Il leader laburista è disposto, a quanto pare, a garantirgli in parlamento una «rete protettiva» allo scopo di vedere realizzato il ritiro da Gaza.
Quanto a un governo congiunto, forse i tempi sono prematuri.
Prima i laburisti vogliono infatti essere certi del tutto che Sharon non sarà incriminato per una vicenda di corruzione in cui è stato coinvolto un finanziatore del Likud. La decisione del capo della Procura è attesa entro la fine del mese.
Aldo Baquis

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