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Cnel: Dal 1991 al 2003, le retribuzioni nel settore privato sono aumentate in Italia del 5%. Meno che negli altri grandi Paesi europei

ROMA - Negli ultimi 12 anni, dal 1991 al 2003, le retribuzioni nel settore privato sono aumentate in Italia del 5%, una percentuale in linea con l'incremento registrato in Francia, ma nettamente inferiore agli altri grandi Paesi europei, a cominciare da Gran Bretagna, Germania e Spagna.
E' quanto emerge dal rapporto di maggio elaborato da Cer, Ref e Prometeia per il Cnel, secondo cui il basso costo del lavoro non ha avuto del resto alcun effetto positivo neanche sulla competittività del Paese, traducendosi in realtà solo in maggiori margini per le imprese.
Nel confronto europeo, sottolinea il rapporto, i redditi da lavoro italiani e francesi conquistano la maglia nera perchè negli anni in esame «sono quelli che esibiscono la dinamica più contenuta». Dall'inizio degli anni Novanta l'indice italiano delle retribuzioni nel comparto privato cumula infatti un aumento di circa il 5%, rispetto a crescite ben più decise del 24% nel Regno Unito, dell'11% in Spagna e del 10% in Germania. Ed evidente è anche la differenza a livello assoluto: se, infatti, la crescita italiana eguaglia quella francese, in termini reali il reddito medio di un lavoratore italiano si aggira oggi sui 27.500 euro l'anno, contro i 34 mila della Francia e i 31 mila della Germania.
Guardando attentamente all'evoluzione delle retribuzioni negli anni, lo svantaggio italiano si accumula soprattutto in due periodi: tra il '91 e il '93 e tra il 2001 e il 2003, in due fasi cioè, spiegano gli istituti di ricerca, di recessione economica in cui i redditi sono aumentati in media dello 0,1-0,2%, «nettamente al di sotto del tasso di riferimento europeo». Le variazioni ritornano invece in linea con la media europea durante l'espansione del 1992-2000, senza tuttavia recuperare il ritardo precedente.
E il basso livello dei redditi, continuano Cer, Prometeia e Ref, non ha peraltro avuto conseguenze positive sulla competitività italiana a livello europeo. «Da un punto di vista normativo - scrivono gli istituti di ricerca per il Cnel - questi effetti dovrebbero aprire spazi per una politica di riduzione dei prezzi da parte delle imprese, e, conseguentemente, per un accrescimento della competitività sui mercati internazionali. Tuttavia - sottolineano - questa implicazione non trova realizzazione». L'abbassamento del costo del lavoro italiano «non ha cioè innescato un sentiero virtuoso di recupero della competitività internazionale, essendosi piuttosto tradotto in una compressione della quota del lavoro sul valore aggiunto, e in un aumento dei margini attraverso una maggiore spinta sui prezzi».

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