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Manfredi e il teatro

Prima che il cinema l' assorbisse in pieno, facendolo diventare uno degli attori più popolari, a rivelare Nino Manfredi è stato il teatro. E' entrato nell' arte come allievo dell' Accademia d' Arte Drammatica, dopo aver vinto nel 1944 una borsa di studio. Cominciò a recitare con compagni come Giancarlo Sbragia e Tino Buazzelli, diretto da Luigi Squarzina, nonostante le perplessità di Orazio Costa, maestro dei corsi, che gli rimproverava una voce molto nasale. Ma era un problema che superò facilmente perchè dimostrava di saper fare tutti gli Arlecchini e Brighella possibili, grazie a una istintiva vena comica.
L' occasione del debutto si presentò nel '47, a Praga, dove prese parte al Festival della Gioventù che lo vide fra gli interpreti de «L' uomo e il fucile» di Sergio Sollima. Subito dopo entrò nella compagnia Gassman- Maltagliati come giovane «tuttofare» recitando in «Tre rosso dispari» di Amiel. Restò attratto dall' appena nato «Piccolo» di Milano, ma non legò con Giorgio Strehler che voleva usarlo come una delle tante parti di un mosaico. Preferì fare il «buffone» ne «La dodicesima notte» di Shakespeare, sostituendo Giancarlo Tedeschi, recitare con Eduardo ne « I morti non fanno paura», e addirittura si lasciò incantare dal teatro di rivista, in cui apparve al fianco delle sorelle Nava. Occasioni in cui cominciò a non rispettare il testo, a dire parole sue, a scoprire un proprio umorismo.
Diventò presto uno degli attori più richiesti per varietà radiofonici, inventivo, sempre prontissimo alle battute, dovè portò al successo il personaggio di Sor Tacito. ( Lo si ricorda soprattutto in «Rosso e Nero» con Fiorentini e Pandolfi). Il che gli spianò ulteriormente la strada per il teatro «leggero», prima apparendo nella rivista «Festival», diretto da Luchino Visconti, poi ne «Gli italiani son fatti così «, insieme a Billi e Riva, ( irresistibile nello sketch «La psicanalisi» di Marchesi), in «Un trapezio per Lisistrata» con Delia Scala, e, con grande successo personale, in «Rugantino» di Garinei e Giovannini, recitato anche negli Stati Uniti, a Broadway e a Buenos Aires. Una vocazione per la Commedia dell' Arte che Manfredi ha visto avere ai nostri giorni cittadinanza soltanto nell' avanspettacolo e nella commedia- musicale. Un modo per avvicinarsi al pubblico più direttamente per farlo ridere. Un interprete sintonizzato con la platea, chimico della battuta, con l' occhio che guizza e il baffo che fa simpatia. La rinuncia al teatro per il cinema che l' ha tenuto impegnato a tempo pieno anche come regista ( «Per grazia ricevuta"), è durata 25 anni: un po' troppi per uno che aveva cominciato sui palcoscenici, laureato all' Accademia con «Woyzeck» di Buchner, impareggiabile maschera, nella parte di Florindo, ad un Festival di Venezia del teatro. Vi è tornato, in un momento in cui le sue pile di «moschettiere della commedia cinematografica all' italiana», si erano un po' spente, con un copione scritto da lui stesso, «Gente di facili costumi», a cui è toccato un grande successo di pubblico. Ha dimostrato di non essersi nel frattempo arruginito, anzi, nella parte di un intellettuale stupido, ha confermato tutte le caratteristiche del Manfredi commediante. Un felicissimo ritorno, in cui ebbe al suo fianco Pamela Villoresi nella parte di una prostituta. I consensi lo hanno indotto a non tradire più il suo primo amore. Infatti lo si è visto di lì a poco in una seconda commedia, «Viva gli sposi», nata da un adattamento televisivo. Un ritratto (non poco dolciastro) di una famiglia sul punto di sfasciarsi ma che nonostante tutto rimane unita. Più che come autore, fu apprezzato come attore nella parte di un padre giocherellone e maschilista. Una miscela di buoni sentimenti accettabile per la sua rassicurante presenza, bravo ragazzo eternamente biricchino. Nello stile della «situation comedy», la sua terza commedia nel giro di pochi anni «Parole d' amore... parole», zeppo di amori, proverbi e battute per un incontro generazionale. Di nuovo i consensi di un pubblico affascinato dai suoi ingredienti comuni. Fino all' ultimo una sana semplicità di espressione, con la tendenza a esagerare, ad appoggiarsi sul suo inossidabile personaggio.

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