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Bush a Roma - Previsto un incontro col Papa

CITTA' DEL VATICANO - Non solo Iraq nell'agenda del colloquio di domani tra Giovanni Paolo II e Bush, anche se avranno grosso peso le prospettive di mutamento della situazione di quel Paese, con l'insediamento del nuovo governo e soprattutto con le trattative per l'elaborazione di una nuova risoluzione dell'Onu, un significativo ruolo del quale il Papa ha sempre voluto.
Perchè, se non si è unito al coro dei «via dall'Iraq», alzato anche da molte voci cattoliche, il Vaticano ribadirà l'esigenza di un reale coinvolgimento della «comunità internazionale» e della restituzione della piena sovranità agli iracheni, in modo che possano «riprendere le redini del loro Paese» e determinarne il futuro «secondo le loro aspirazioni» e rispettandone valori e tradizioni culturali e religiose. Ma premerà anche per avere un impegno concreto degli Usa nella crisi tra israeliani e palestinesi e in quelle di altre regioni, come le tante che colpiscono l'Africa.
Dal canto suo, Bush sembra voler a tutti i costi un avallo del Papa, e non solo agli ultimi sviluppi del conflitto iracheno, in prospettiva sia internazionale che elettorale.
Queste le posizioni di partenza del terzo faccia a faccia tra Giovanni Paolo II e Bush, dopo quelli del 23 luglio del 2001 a Castelgandolfo e del 28 maggio 2002 in Vaticano, ma il primo dopo la guerra in Iraq. Contro quel conflitto Giovanni Paolo II si era duramente battuto, assumendo una leadership che vide venire in Vaticano esponenti di tutti i Paesi che volevano fermare Bush. Fra Santa Sede e Usa fu una vera contrapposizione e quasi una frattura, che ora il presidente Usa vuol mostrare sanata, per opporre agli oppositori, interni ed esterni, l'approvazione papale alle sue scelte, almeno a quelle attuali.
Un primo passo per superare la crisi fu fatto dalla 'colombà Powell, che il 2 giugno 2003, subito dopo la caduta di Saddam, venne dal Papa. Si parlò, già allora, di «ricostruzione materiale e politica dell'Iraq, la quale deve poter contare sulla cooperazione della comunità internazionale». Ma già in quell'occasione la «realizzazione della nota "road map"» per porre fine al conflitto in Terra Santa, fu indicata tra i temi del colloquio. Secondo passo all'inizio di quest'anno: il 27 gennaio, fu la volta di un "falco", il vicepresidente Dick Cheney. In tale occasione oltre che «al processo di pace in Terra Santa e agli sviluppi della situazione in Iraq», ci si riferì anche ai «problemi morali e religiosi che oggi toccano la vita degli Stati, specialmente quelli relativi alla difesa e promozione della vita, della famiglia, della solidarietà e della libertà religiosa». Un riferimento a decisioni dell'amministrazione Usa in tali settori giudicate favorevolmente in Vaticano.
Ora tocca a Bush, che per incontrare il Papa ha modificato il programma del suo viaggio in Europa, e che appare impegnato a mostrare un'inedita unità d'intenti con Giovanni Paolo II: «dirò al Santo Padre - ha sostenuto in un'intervista al Tg1 - che apprezzo la sua posizione, lui è un grande uomo, e che sarò lieto di lavorare con gli iracheni per fornire le condizioni necessarie affinchè i diritti umani possano prevalere». E ancora: «assicurerò al Santo Padre che noi faremo tutto il possibile per elevare la condizione umana affinchè la gente possa vivere in pace e libertà».
Vanno registrate poi alcune affermazioni dell'ambasciatore Usa presso la Santa Sede, Jim Nicholson, secondo il quale Bush si dirà «determinato ad andare fino in fondo ed assicurare che siano puniti i responsabili» delle torture sui prigionieri iracheni. Tema delicato, visto che una frase del "ministro degli esteri" del Papa, mons. Giovanni Lajolo, che aveva definito le torture «un colpo per gli Usa più grave dell'11 settembre», aveva provocato la protesta dello stesso Nicholson. Per il quale ora «la posizione statunitense e quella vaticana non sono diametralmente opposte: gli Stati Uniti condividono pienamente la visione della Santa Sede» sul fatto che «le Nazioni Unite dovrebbero ricoprire un ruolo importante in Iraq». Proprio quel «ruolo importante» insieme all'obiettivo della piena sovranità irachena sembrano le condizioni di un sì vaticano (magari sotto forma di silenzio) alla «necessità» di garantire la sicurezza a Baghdad, cavallo di battaglia di Bush.
Ma la Santa Sede è interessata allo stabilimento di una situazione equilibrata in Iraq anche per tutelare i 670 mila cristiani caldei (3% della popolazione), e le altre comunità cattoliche presenti in Paesi a maggioranza musulmana, a causa della identificazione tra Occidente e Cristianesimo. Anche per questo premerà soprattutto per la Terra Santa. Perchè la crisi tra israeliani e palestinesi è ritenuta «la madre di tutte le crisi», come è tornato a definirla, appena due giorni fa, il card. Jean-Louis Tauran, già 'ministro degli esterì del Papa.
Bush arriverà portando la Medaglia della libertà, la più alta onorificenza civile del governo americano, assegnata a Giovanni Paolo II per la sua azione a favore della pace e dei diritti umani durante i 25 anni di pontificato, secondo una proposta avanzata al Congresso alla fine dell'ottobre scorso.

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