Sabato 15 Dicembre 2018 | 22:49

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Enti locali: comunicatori «per legge»

Quando un Ente istituzionale riesce ad usare correttamente una strategia di comunicazione per riuscire a penetrare nel vissuto del cittadino, il beneficio si trasforma in maggiore efficacia ed efficienza della propria attività istituzionale. Il concetto sembra facile a dirsi, più difficile a farsi, almeno per molti Enti locali che invece preferiscono limitarsi ad una minima informazione di base intesa come atto dovuto ed assolvimento di un obbligo di legge. Perché ci sono leggi che obbligano gli enti a comunicare (come la recente legge 150/2000), c'è la consapevolezza che il processo di comunicazione è essenziale per la condivisione e la costruzione della Cosa pubblica, ma poi non si riesce a dare forma coerente di questa consapevolezza, come se all'improvviso il blocco monolitico della burocrazia più retriva avesse il sopravvento.
E' questo a grandi linee il risultato dell'indagine conoscitiva «Come comunicano gli Enti locali in Italia» compiuta da Unicom in collaborazione con Confcommercio, che ha esaminato 367 interviste a funzionari di Regioni, Province, comuni, Asl e aziende di pubblica utilità italiane, parimenti ripartite tra Nord-ovest, Nord-est, Centro, Sud e Isole, in modo da avere una panoramica quanto più completa delle realtà istituzionali italiane. Sono stati infatti sentiti responsabili di Uffici di relazione con il pubblico (28%), capi Uffici stampa (23%), direttori di comunicazione (11%) e poi vari funzionari, assessori e responsabili di uffici legati al settore della comunicazione istituzionale.
Quello che emerge è che, nella generale mancanza di risorse finanziarie e professionali adeguate, la gran parte degli sforzi si concentra nell'ottenere il consenso politico attraverso buone relazioni con i mass media per «fare emergere una buona immagine della Giunta e del Presidente (o sindaco)». Ecco quindi che la parte del leone in tutte le strategie pianificate la fa l'Ufficio stampa, che risulta attivato nel 90% dei casi, seguono gli uffici di relazione con il pubblico (77%) e le strutture dedicate alla gestione del sito Internet (72,8%) che praticamente tutti possiedono come strumento di veicolazione dell'informazione. I temi che più assorbono gli sforzi comunicativi sono il rilancio turistico (50%) e le iniziative ed i progetti nell'aria sociale, ambientale e scolastico (40%).
Appaiono assolutamente in ombra i «servizi al cittadino», non semplicemente intesi come flusso informativo ma di coinvolgimento nelle decisioni che poi lo dovrebbero riguardare: solo nel 27% dei casi ad una strategia di comunicazione è affiancata una verifica degli obiettivi.
In pratica l'Ente istituzionale comunica (poco) ed unicamente per informare il cittadino di decisioni prese, quasi mai per coinvolgerlo, secondo metodologie più da Regno borbonico che da moderna democrazia. Un esempio lampante di quanto sia infruttuosa una procedura del genere, può definirsi la crisi nucleare vissuta a Scanzano Ionico, dove la decisione di istituire un deposito di scorie nucleari nazionale presa al di sopra dei cittadini e senza un adeguato sforzo di comunicazione preventivo, ha trasformato un intero territorio in un'unica entità in lotta, con un innegabile perdita non solo dell'obiettivo che si voleva raggiungere ma anche di credibilità da parte dello Stato e dell'azienda che doveva realizzare il deposito.
Il 96% degli intervistati ha risposto che la comunicazione per un Ente è utile per informare sulle attività, segno che la comunicazione istituzionale non è ancora vista come interazione con la domanda di servizi dei cittadini e non si coglie il senso di utilità pubblica che invece dovrebbe animare le strategie di comunicazione. L'obiettivo da raggiungere con corrette strategie di comunicazione non è di legittimazione del potere centrale, ma di andare incontro al cittadino ed alle sue esigenze politiche e sociali, quello che differenzia una società antica da una moderna, un regime totalitario da una democrazia.
Rita Schena

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