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La famiglia Agnelli continua a dettare le regole

TORINO - Giornata di clamorosi colpi di scena in casa Agnelli: Luca di Montezemolo diventa presidente della Fiat, Morchio non ci sta e se ne va sbattendo la porta, le nuove generazioni entrano in forza nel consiglio del Lingotto, John Elkann spicca il volo con due vicepresidenze importanti (in Fiat e nella cassaforte di famiglia) e Andrea prende il posto del padre Umberto nel consiglio di amministrazione.
In una parola la famiglia fa quadrato dopo il secondo grave lutto in soli 16 mesi con la scomparsa dei due patriarchi Giovanni e Umberto, accontenta le banche creditrici, affidando la presidenza a un uomo di «garanzia» come il presidente di Confindustria, che però è anche un suo uomo. Ma proprio questa scelta provoca uno scontro imprevisto e duro nel consiglio di amministrazione con l'amministratore delegato scelto 15 mesi fa da Umberto Agnelli, artefice di un piano di rilancio che sta portando fuori il gruppo dalle secche della crisi. «Morchio voleva fare anche il presidente - afferma una fonte vicina alla famiglia - ma non lo prevede lo statuto della Fiat e le banche non erano d'accordo».
Il Consiglio dura poco più di un'ora al Lingotto. Pochi minuti prima delle 20 il colpo di scena viene reso pubblico con un secco comunicato di cinque righe: «Fiat Spa prende atto della decisione manifestata oggi dall'ing. Giuseppe Morchio di dimettersi dalla carica di Amministratore. Il Consiglio di Amministrazione è stato convocato per il giorno 1 giugno 2004 per prendere le deliberazioni conseguenti». Nessun ringraziamento di rito.
Cinquanta minuti dopo l'amministratore delegato dimissionario diffonde la sua versione dei fatti. È una nota in terza persona. Una ventina di righe per spiegare che la decisione «trae origine dalle mutate condizioni derivanti dalle deliberazioni assunte oggi dal Consiglio di Amministrazione della Società». Le dimissioni, aggiunge la sua nota, «sono state assunte con rammarico per non poter essere più parte del piano di rilancio del Gruppo che ha elaborato e nel quale ha sempre creduto». Morchio rivendica di avere portato «il Gruppo fuori dall'emergenza e ai primi risultati positivi, dopo quindici mesi di totale dedizione e di intenso lavoro al fianco del dottor Umberto Agnelli». Infine «auspica che la Società possa continuare nel perseguimento dei suoi obiettivi di rilancio».
Decisione inaspettata anche per i banchieri. Negli ambienti della comunità finanziaria non si nasconde la sorpresa per l'impennata di un manager di grande esperienza e di provata capacità che lascia un'azienda che dà lavoro a 160 mila persone senza guida in un momento delicato e cruciale. Morchio aveva tra l'altro in corso la trattativa con General Motors per risolvere la spinosa questione del put, cioè del diritto in mano alla Fiat di vendere tutto il settore auto agli americani (i quali vogliono liberarsene), e doveva risolvere il nodo del prestito convertendo da 3 miliardi di euro che nel settembre 2005 potrebbe trasformarsi in azioni e far diventare le banche creditrici il primo azionista della Fiat.
Si è impuntato e la famiglia, che ha dimostrato ancora una volta grande compattezza, gli ha dato il benservito. Le dimissioni dell'amministratore delegato fanno quasi passare in secondo piano le altre decisioni assunte a poche ore dalla morte di Umberto sia dal consiglio delle accomandatari della Giovanni Agnelli e C. (la cassaforte della dinastia) sia dal consiglio di amministrazione Fiat. Il Consiglio degli accomandatari, composto da John Elkann, Tiberto Brandolini d'Adda, Alessandro Giovanni Nasi e Gianluigi Gabetti, si riunisce in tarda mattinata nell'austera sede dell'Ifi-Ifil in corso Matteotti, alla presenza del segretario Franzo Grande Stevens e in un'ora decide per la continuità nella tradizione: Gabetti, l'anziano banchiere degli Agnelli, diventa presidente dell'accomandita, John vicepresidente. Per ora rimane in sospeso il posto lasciato libero da Umberto, che non viene sostituito nemmeno alla presidenza dell'Ifi. Gabetti, vicepresidente, mantiene la reggenza di questa finanziaria e la presidenza dell'Ifil, cui fanno capo tutte le partecipazioni industriali. E'lui ancora una volta l'uomo di fiducia della famiglia.
Famiglia che dà indicazioni chiare anche per il cda di Fiat che si riunisce poco dopo al quarto piano del Lingotto: spazio alle nuove generazioni. L'indicazione di Giovanni Agnelli («John sarà il mio erede») viene confermata e il giovane diventa vicepresidente, nel consiglio entrano Tiberto Brandolini d'Adda, figlio di Cristiana Agnelli, un cinquantenne che ha maturato esperienze importanti nella finanziaria francese Exor, di cui è amministratore delegato e che vive a Parigi, e Andrea Agnelli, il ventottenne figlio di Umberto finora impegnato a Losanna con la Philip Morris. Montezemolo sarà il presidente garante sia degli interessi della famiglia, cui è sempre stato legatissimo, in grado di rappresentare a livello internazionale e con gli interlocutori finanziari il Gruppo.
La partita, che poteva essere chiusa, si è però inaspettatamente riaperta: Morchio non svolgerà il ruolo del mitico Valletta e fra 48 ore ci sarà il suo sostituto.

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