Venerdì 14 Dicembre 2018 | 23:27

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Uccisi zio e nipote, due giornalisti giapponesi

TOKYO - Nuovi lutti in Giappone per l'Iraq: due giornalisti free lance, zio e nipote, il primo, 61 anni, una vita spesa sui campi di battaglia di mezza Asia, dal Vietnam alla Cambogia, sono stati uccisi in un agguato 30 km a sud di Baghdad da ribelli armati che hanno assalito a colpi di granate, distruggendola, l'auto sulla quale viaggiavano, con l'autista e l'interprete iracheni.
Non ci sono ancora conferme definitive da parte di Tokyo. Ma a spegnere le speranze è arrivata poche ore fa l'ammissione di funzionari dell'ambasciata giapponese di Baghdad di aver visto due corpi, sfigurati per le ferite e le ustioni, in un ospedale della città «maledetta» di Mahmudiya, e indicati dai medici come appartenenti ai due giornalisti. Testimone l'autista della loro auto, sopravvissuto all'assalto e ricoverato anch'egli nello stesso ospedale. Nulla si sa ancora dell'interprete.
Shinsuke Hashida, 61 anni, e il nipote Kotaro Ogawa, 33, si aggiungono a due altri civili giapponesi, diplomatici, uccisi lo scorso autunno in un agguato nei pressi di Tikrit, a causa di un conflitto nel quale il governo del loro paese ha voluto fin dall'inizio schierarsi a fianco degli alleati Stati Uniti inviando un contingente militare, per la prima volta dal 1945 in una zona a rischio di combattimenti. Per tragica e malandrina ironia della sorte, i due stavano tornando a Baghdad proprio da Samawa, città dell'Iraq centromeridionale, a metà strada tra Najaf e Nassiriya, sede del quartier generale del contingente nipponico forte di 550 truppe di terra. E il giornalista, veterano di decine di conflitti, aveva già in tasca un biglietto aereo di ritorno in Giappone il primo giugno, per sè e per un ragazzo iracheno di 10 anni, rimasto gravemente ferito ad un occhio da un frammento di bomba nell'inferno di Falluja. Voleva che fosse curato da specialisti di Tokyo. L'agguato, si è appreso dal racconto di testimoni oculari, è avvenuto nel pomeriggio di ieri, ma solo stamani alle 7 giapponesi (la mezzanotte italiana di ieri) se ne è avuta notizia a Tokyo. Il governo del primo ministro Junichiro Koizumi ha costituito un'unità di crisi ma sono trascorse parecchie ore prima di poter apprendere qualcosa di preciso sull'agguato, dopo che i funzionari dell'ambasciata hanno raggiunto l'ospedale di Mahumidiya. «Ora cerchiamo di ottenere un quadro il più possibile completo dell'incidente», ha detto il portavoce del del governo Hosoda, mentre esponenti del partito di maggioranza liberaldemocratica hanno sollecitato misure più energiche per ottenere l'evacuazione dall'Iraq di tutti i civili, giornalisti compresi.
Sollecitazioni finora cadute nel vuoto, anche dopo l'amara esperienza in aprile dei cinque giapponesi, volontari pacifisti e giornalisti free lance, rapiti nei pressi di Falluja da misteriosi gruppi armati iracheni, che avevano minacciato di ucciderli se il Giappone non avesse ritirato subito i suoi soldati dal paese. Liberandoli però dopo alcuni giorni. La zona di Mahmudiya è una delle più pericolose dell'intero Iraq, teatro di ripetuti attacchi di ribelli armati contro convogli militari Usa, personale straniero di imprese impegnate nei lavori di ricostruzione, e giornalisti.
Tre settimane fa furono uccisi lungo la stessa strada un giornalista polacco e uno algerino e una troupe della rete tv americana Cnn aveva subito un attacco, con un bilancio di due morti. «Mio marito è sempre stato in prima linea nei posti più pericolosi del mondo. Era il suo lavoro e sono purtroppo rassegnata al peggio. Anche se spero con tutto il cuore che non sia vero», ha commentato a caldo, la moglie cinquantenne di Hashida. «Nostro figlio aveva abbandonato un lavoro sicuro, di direttore di produzione, presso la tv pubblica Nhk, per lavorare insieme con suo zio e raccontare agli altri il vero volto della guerra in Iraq. Siamo distrutti», hanno fatto eco i genitori di Ogawa.
La coppia zio-nipote aveva pubblicato negli ultimi giorni numerosi reportage sul giornale della sera «Nippon Gendai» e su settimanali e mensili. «Qui in Iraq rimproverano il Giappone di essersi schierato troppo con gli Stati Uniti. E per quanti sforzi facciamo di spiegare loro che i nostri soldati sono lì per compiti umanitari di aiuto alla popolazione e di ricostruzione di scuole e ospedali, non sembrano crederci» aveva scritto di recente Kotaro Ogawa.
Consapevole dei possibili contraccolpi delle due nuove morti sull'opinione pubblica, spaccata a metà riguardo alla controversa missione militare in Iraq, il governo di Koizumi ha tenuto a ribadire, per bocca del ministro della difesa Shigeru Ishiba, che «il triste episodio di oggi non ha nulla a che fare con la missione umanitaria dei soldati. Andrà avanti come previsto. La situazione a Samawa resta abbastanza calma e sicura».
Roberto Maggi

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