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Umberto Agnelli, il presidente di Charles e Sivori

MILANO - Presidente onorario della Juventus, recentemente Umberto Agnelli si era lamentato del gioco bianconero degli ultimi mesi e forse il suo pensiero era andato ai tempi in cui, giovane dirigente, aveva messo insieme materialmente (con l'approvazione del fratello Gianni, ovviamente) la Juve dei sogni, quella del trio Boniperti-Charles-Sivori. Perché nello scomodo paragone col fratello Gianni, scomparso nel gennaio dell'anno scorso, Umberto ha dato sempre l'impressione di aver ha vissuto sempre di luce riflessa. E invece mentre Gianni è stato il «poeta» dei calcio, Umberto è stato l'uomo della concretezza, che ha lasciato la ribalta al fratello, assumendo in proprio decisioni importanti da presidente della Juve e poi della Federcalcio, nei ruggenti anni '50 e '60 del 1900. E' stato il presidente delle «ricostruzioni» bianconere. E se pensate che la sua passione per il calcio era scoccata quando aveva undici anni e viveva a Roma nella casa della sorella Susanna frequentando il ginnasio Torquato Tasso, dopo aver assistito nella primavera del 1946 a una partita del «grande Torino» dei Mazzola, Maroso e Loik, capirete perché in seguito gli venne attribuita l'idea (mai realizzata) della fusione delle due squadre torinesi.
Meno di dieci anni dopo l'esperienza «romana», Umberto Agnelli, alpino appena ventunenne, divenne «reggente» della società bianconera (per la continuità della famiglia nel club) e, a seguito di due noni posti consecutivi in campionato, decise di rifondare la squadra. Gigi Peronace gli propose di comprare John Charles e lui andò personalmente a vederlo a Belfast, pagandolo 105 milioni, una cifra enorme per quei tempi. Da Buenos Aires inoltre gli venne segnalato Omar Sivori e lui stette una notte a discuterne con il «consigliere» Walter Mandelli sotto i portici di Piazza San Carlo, a Torino. Poi, valutando il ritorno d'immagine e di risultati (e quindi di incassi) che avrebbe avuto il varo di una squadra da scudetto, decise di spendere quei 180 milioni che vennero considerati un'autentica follia. E si recò a prendere personalmente «El cabezon» alla Malpensa, guidando così velocemente, al ritorno, da impaurire lo stesso Sivori.
La leggenda vuole pure che Umberto Agnelli avesse ricevuto in sede la lettera di un allenatore jugoslavo che lavorava in Olanda, Ljubisa Brocic, che diceva di conoscere solo di fama i giocatori della Juve, ma di esser sicuro con i suoi metodi di poter vincere il campionato: lo assunse. Ebbene, quella fantastica squadra nella stagione 1957-58 conquistò lo scudetto numero dieci della storia bianconera e il suo successo venne associato alla canzone di Modugno «Nel blu dipinto di blu» che aveva vinto a Sanremo qualche mese prima. Umberto Agnelli fu il presidente che rifiutò le offerte principesche del Manchester per John Charles, che difese Sivori dall'arbitro francese Groppi il quale cercò di menare il giocatore che lo aveva offeso, che vinse altri due scudetti.
Nel 1959 si laureò, si sposò e divenne addirittura presidente della FIGC a soli 24 anni. Da capo dell'organizzazione calcistica nazionale prese un provvedimento importante, come quello dell'autonomia dell'AIA, l'associazione arbitrale, e poi stabilì che le squadre vincitrici di dieci scudetti avrebbero potuto fregiarsi della «stella» sulle maglie. - Decise di lasciare la federazione a seguito delle polemiche con l'arbitro Lo Bello (che lo cacciò dallo spogliatoio dove si era recato per «discutere») e con l'Inter che si era presentata a Torino con la squadra ragazzi (c'era anche Sandro Mazzola). Angelo Moratti volle così protestare per protestare contro la revoca della vittoria a tavolino a seguito di una partita sospesa dall'arbitro Gambarotta per la presenza del pubblico in campo. Ma era uno strale contro il «presidente federale» Agnelli. Fu tempo di ritiri, quello, e anche Boniperti appese le scarpe al chiodo.
In seguito, nel 1962, Umberto Agnelli lasciò pure la Juventus dopo un'annata culminata con la cocente sconfitta di Parigi nella «bella» con il Real Madrid in Coppa e con il dodicesimo posto in campionato. La Juve rischiò, priva di Boniperti, la retrocessione. Di recente era tornato pi operativamente al timone del club bianconero -che, con la famiglia non ha mai abbandonato- e aveva partecipato al varo della squadra che ha conquistato gli ultimi scudetti. Aveva anche approvato il cambio di filosofia finanziaria che sta operando il club per darsi strutture pi solide. Insomma, Umberto Agnelli è stato un dirigente che ha saputo fronteggiare i cambiamenti epocali del calcio, un dirigente che è stato con competenza al comando della barca bianconera nei tempi del romanticismo e in quelli della globalizzazione. Un grande sportivo, un grande dirigente.

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