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Guerra in Iraq, negli Usa i sondaggi premiano il "pacifista" Kerry

WASHINGTON - Se si votasse oggi negli Usa, John Kerry, candidato democratico alla Casa Bianca, otterrebbe una vittoria larga sul presidente in carica, il repubblicano George W. Bush. Lo afferma un sondaggio di Zogby, condotto nei 16 Stati che questo rilevamento considera in bilico tra repubblicani e democratici nelle elezioni del 2 novembre. Altri sondaggi calcolano 17 o 18 Stati in bilico.
Zogby, dei cui dati mancano ancora i dettagli, paragona il successo che Kerry otterrebbe oggi a quelli di Ronald Reagan negli Anni Ottanta e di Bill Clinton negli Anni Novanta. Ma è bene notare che i rilevamenti di Zogby sono mediamente più favorevoli a Kerry di quelli compiuti da altri sondaggisti.
Kerry ha, dunque, il vento in poppa?, come dice lui parlando della sua campagna. E', soprattutto, Bush ad avere del piombo nelle ali: il presidente cala nei sondaggi, portato giù dall'andamento del conflitto in Iraq, dalla vicenda degli abusi di soldati americani su detenuti iracheni, dall'incertezza sull'economia che, pure, cresce su ritmi sostenuti.
A RUOLI ROVESCIATI - Le previsioni di Zogby arrivano in una giornata in cui la campagna elettorale si svolge a ruoli quasi invertiti per il presidente Bush e lo sfidante Kerry.
Bush, in Tennessee, parla dell'assistenza sanitaria, cavallo di battaglia tradizionale dei democratici. E Kerry, nello Stato di Washington, nel Nord-Ovest degli Stati Uniti, parla di lotta contro il terrorismo e di sicurezza nazionale, cavalli di battaglia dell'Amministrazione repubblicana.
Il discorso di Kerry è la replica a quello pronunciato, lunedì scorso, con grande pompa, da Bush: situazione in Iraq, ma anche sicurezza nazionale e politica estera. La ricetta del senatore, se diventerà presidente, è un'America che abbia più amici e meno nemici in tutto il Mondo.
SONDAGGI ESTROSI - I sondaggi, intanto, si succedono, spesso un po' per sorridere. L'America dei barbecue, quella, cioè, della gente normale, s'identifica più in Bush che in Kerry, ci fa sapere la Quinnipiac University.
Invece, l'America degli strip club e dei peep club, i luoghi del vizio, ce l'ha con Bush: in una lettera a circa 4.000 club, Michael Ocello, della Association of Club Executives, sollecita tutti i soci a mobilitarsi per sconfiggere «l'Amministrazione Bush ultra-conservatrice». E' una questione, dice Ocello, di sopravvivenza dell'attività.
I voti di Ocello & Company non saranno probabilmente determinanti: Bush può starsene tranquillo. Quelli dell'americano qualunque forse sì: Kerry deve migliorare l'immagine con una birra in mano.
STATI IN BILICO - Ma i sondaggi tradizionali, per quello che conta a più di 150 giorni dal voto, girano a suo favore: in Pennsylvania, uno degli Stati in bilico tra repubblicani e democratici e, quindi, decisivi, in un mese ha acciuffato e scavalcato Bush (44 a 41%, con un 6% per Ralph Nader, candidato indipendente); e nel Tennessee, dove Bush vinse nel 2000 anche se quello era lo stato del suo rivale Al Gore, la partita è pari.
In California, lo Stato più popoloso e, quindi, più dotato di Grandi Elettori, Kerry è largamente avanti a Bush: 55 a 40% se non c'è Nader; 51 a 39% se c'è Nader (4%). Ma qui il dato è scontato: la California è democratica.
LE VOCI DEGLI EX - Non c'è bisogno di sondaggi per sapere come la pensa George Bush padre, 41.o presidente, convinto che il figlio sarà confermato perchè gli Stati Uniti «cercano un capo forte».
E Gore, ex candidato democratico, fa una campagna vigorosa, più anti-Bush che pro-Kerry. Dal palco della New York University, con un discorso violento, chiede, per l'Iraq e gli abusi, una raffica di dimissioni, del segretario alla difesa Donald Rumsfeld, del consigliere per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice e del direttore della Cia George Tenet.
LA NOMINATION A BOSTON - E' tramontata, intanto, l'ipotesi di un rinvio da parte di Kerry del sì alla della nomination, di solito momento saliente di una convention. Cedendo a pressioni politiche e cittadine, il senatore accetterà a Boston, alla fine della convention democratica, il 29 luglio, la nomination del partito per la corsa alla Casa Bianca.
Per ragioni tattiche, Kerry progettava di fare slittare di circa un mese l'accettazione formale, per non dare a Bush un vantaggio finanziario. Le leggi elettorali, infatti, dicono che, dopo la nomination, Kerry non potrà più raccogliere fondi per la sua campagna e dovrà fare affidamento solo sui finanziamenti pubblici, 75 milioni di dollari da spendere fino al 2 novembre.
Bush, invece, potrà raccogliere fondi fino a fine agosto, quando a New York ci sarà la convention repubblicana che culminerà con la sua nomination.
Le incertezze di Kerry, che è di Boston, avevano suscitato reazioni negative in città e nel partito. Per riscattarsi, il senatore se n'è uscito con frasi forti: «Boston è il luogo dove la libertà dell'America è cominciata e dove voglio che il cammino verso la nomination sia completato. Vi accetterò con grande orgoglio, la nomination del mio partito alla presidenza degli Stati Uniti. Da lì cominceremo il nostro cammino verso una nuova America».

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