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Iraq - Tregua a Najaf (cinta d'assedio) e Kerbala. Ma le armi sono pronte

NAJAF (IRAQ) - Non si riesce ad entrare a Najaf di prima mattina, le truppe americane circondano la città, si muovono, sembrano arretrare, è troppo pericoloso avvicinarsi.
A 60 km, sorge un'altra città santa per i musulmani sciiti, Kerbala, con le due preziose moschee, di Hussein e Abbas, i figli di Ali, cugino e genero del profeta Maometto. A Kerbala, l'assedio è finito da qualche giorno, si riesce ad entrare tranquillamente, avvolti in una nuvola di polvere.
Un paio di settimane fa era una cittadina tranquilla, pulita, meta di pellegrinaggi religiosi, ora è un cumulo di macerie. E' come se un'intera parte della città avesse subito un terremoto. Una devastazione che difficilmente si può immaginare umana, ma se si guarda bene, si vedono i fori dei razzi, dei proiettili, i segni che i carroarmati hanno lasciato sui marciapiedi distrutti e nell'asfalto tenero per il calore. Ci sono 52 gradi e sembra di camminare all'inferno. La città è popolata, la gente fa spese per le strade, sembrano tutti molto indaffarati a raccogliere le macerie, a fare pulizie.
Alla moschea di Hussein, la gente torna a pregare: «adesso la situazione è tranquilla, spiega Adhal Shami, uno dei responsabili della moschea, noi abbiamo del personale armato che protegge la moschea, qui non ha mai messo piede nessuno». La città è in teoria in mano alla polizia irachena, la moschea ai vigilantes, e i miliziani di Al Sadr, il leader radicale sciite, corresponsabile insieme agli americani, dello scempio di una delle città sacre dell'Islam, sono tutti nascosti.
«Si sono ritirati per modo di dire dice Shami sono nascosti». Shami racconta come è stato l'assedio, le notti con gli spari, i colpi di cannone, la paura. Non vuole dire apertamente che al Sadr non gli piace per niente, lo dice al traduttore, poi si pente e chiede di non dirlo: «Noi amiamo chi ama l'Iraq e non chi lo mette in pericolo», messaggio ricevuto, neanche qui nessuno ama al Sadr, ma neanche gli americani di cui tutti pensano la stessa cosa: «sono arrivati con la scusa di liberarci di Saddam e invece sono qui per occupare».
Nel quartiere di al Mukhaim, c'è la moschea distrutta dagli americani, perchè considerato rifugio dei miliziani e deposito di armi, qualcuno prega forse nel tentativo di ridare un po' di spiritualità a quel posto violato. Arriva la notizia della tregua a Najaf, fino a poche ore prima si combatteva, nessuno sembra crederci. La strada è deserta, nessuno va verso la città tranne le macchine con le bare legate sul tetto, perchè a Najaf c'è il cimitero più grande del mondo dove tutti gli sciiti sognano di essere seppelliti.
Sono buone le notizie che arrivano dalla coalizione, gli americani si stanno riposizionando, mentre quelli di Al Sadr, solo perchè non hanno nessuno a cui sparare, annunciano la tregua. Per un attimo la gente esce in strada, osserva i danni, fa qualche compera alimentare e poi in un secondo è di nuovo silenzio. Intorno alla moschea di Ali c'è più vivacità, ma le persone che sono in giro, non sono altro che gli uomini di Al Sadr, armati con tutto quello che serve per riprendere a combattere in ogni momento.
Posti di blocco, controllo della macchina e dei documenti: «Andate via, è ancora pericoloso qui», dice un uomo con un kalashinikov. Manifestano i miliziani a favore di Sadr, inneggiano al loro capo e si dicono pronti a ricominciare a combattere. «Tregua? Ma quale tregua, aspettiamo solo che gli americani rimettano piede qui dentro e siamo pronti a ricominciare». Lungo la strada uno dei leader sciiti legati a Sadr, sale sulla macchina, non ci sono più i salvacondotti scritti, ma umani. Madi Abder Sarer, racconta di come devono combattere per salvare l'Iraq e ci porta alla moschea di Kufa dove Sadr, tiene le sue prediche il venerdì. Una sfilata di uomini armati stanno uscendo. Pick up pronti ad andare in pattuglia, squadre di venti persone, che girano in fila. «Qui si è combattuto moltissimo», spiega Sarer, 58 anni, portati malissimo, non si fatica a crederlo, come non e difficile pensare che tutte quelle armi che entrano ed escono dalla moschea potranno presto riprendere a combattere.
Barbara Nanan

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