Martedì 11 Dicembre 2018 | 22:02

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L'Opposizione unita chiede il ritiro delle truppe dall'Iraq

ROMA - «Valutata la situazione politica sociale e militare dell'Iraq, si impegna il governo a disporre il rientro del contingente militare italiano».
Tre righe, come chiesto dal leader di Rifondazione Fausto Bertinotti, segnano l'unità del centrosinistra sulla richiesta di ritiro delle truppe dall'Iraq. Unità raggiunta oggi con una sola mozione in Parlamento, frutto di giorni e giorni di faticose mediazioni. L'ultima, tra ieri sera e stamattina, per rafforzarne il contenuto sostituendo la frase "predisporre il rientro" con un più secco "disporre il rientro". Ma anche per evitare il termine "immediato", seguito alla parola ritiro, caldeggiato dai pacifisti.
Tre righe scritte e firmate da tutti i capigruppo del centrosinistra, eccetto l'Ap-Udeur di Mastella, accettate anche dal leader della coalizione, Romano Prodi, che - a quanto si apprende - sarebbe stato costantemente informato da Fassino sulla tenuta dell'unità delle opposizioni già da ieri.
Se in aula sono arrivate solo tre righe, in Transatlantico ne sono piovute a decine, con altri tre documenti di precisazione e chiarimento. Due di gruppi di "dissidenti" dei Ds e della Margherita, ribattezzati in Transatlantico gli "atlantisti", per prendere le distanze dalla secca mozione per il ritiro. Ed uno partorito dallo stato maggiore della lista Prodi, su pressioni dello Sdi, per chiarire, dice Intini, che «la posizione della lista non si esaurisce in quelle tre righe». E che «il ritiro, pur inevitabile, non è considerato un successo» perchè, se ci sarà una vera svolta, «noi condivideremo un attivo impegno dell'Italia». I sette "dissidenti" della Margherita, capeggiati da Franco Marini, votano contro il governo, ma escono dall'aula per non legare il proprio nome al ritiro. Sono di tutte le aree del partito: «Prodiani come me - dice Enzo Bianco - rutelliani come Piscitello e Vernetti, ex Ppi come Marini, Gerardo Bianco e Tuccillo, una personalità autorevole come Antonio Maccanico». Un segnale lanciato forse allo Stato maggiore del "listone", per marcare una differenza di vedute, forse a futura memoria, tanto che nella Margherita non si grida allo scandalo. Rutelli riunisce pure l'ufficio politico del partito per parlare con Marini e De Mita, prima dell'arrivo di Berlusconi alla Camera. Ma nello stesso tempo il leader dei Dl non nega, in uno scambio di battute scherzose con i cronisti, che la scelta di Marini sia tollerata perchè è un modo per fare due parti in commedia.
Mentre Arturo Parisi dirama una nota, che qualcuno nel "listone" interpreta come una posizione in sintonia con Prodi. «Di fronte all'accordo definito "totale" con cui si è concluso l'incontro di Berlusconi con Bush, la domanda è oggi una sola: è svolta quella annunciata ieri? La nostra risposta è: no». Ma Prodi oggi non parla, e a chi domanda quale sia la sua posizione oggi, il 'prodianò doc Giulio Santagata replica invitando a rileggere la sua dichiarazione di domenica: «Prodi ha detto che la discontinuità deve partire dagli Usa ed è ciò che chiediamo. E da presidente della commissione Ue, che deve partecipare al G-8 all'inizio di giugno, dice che l'Europa deve avere un ruolo nella fase di pacificazione dell'Iraq...». Come a dire che nel suo ruolo attuale non poteva dire di più.
Anche dai Ds spunta fuori un documento con una dozzina di firme, messo a punto da Umberto Ranieri: «Il ritiro è una scelta obbligata, ma non può essere una sorta di disimpegno rispetto alla crisi irachena». Un documento collegato alla posizione assunta in Senato dai "liberal" di Morando: anche loro votano sì per disciplina, ma dissentono sulla mozione, con Giorgio Tonini che fa un discorso critico molto applaudito, non a caso, da Giuliano Amato e Nicola Mancino.
Insomma, qualche "defaillance" nel "listone" c'è, e alla fine alla Camera risultato 15 diessini non presenti in aula al momento del voto, 14 assenti della Margherita e due dello Sdi (il presidente del partito Boselli e Buemi).
Nelle dichiarazioni di voto, Fassino e Rutelli attaccano Berlusconi e il governo, ma si guardano bene dal pronunciare la parola "ritiro", adoperata più volte invece dal "mattatore" di questa giornata, Fausto Bertinotti.
Pure Boselli dice chiaro e tondo che il tempo è scaduto e che «la possibilità che ci sia una diversa guida militare in Iraq sotto l'egida delle Nazioni Unite è ridotta allo zero».
«Oggi, signor presidente - dice Fassino - pretende di richiamare noi ad una lealtà all'Onu che lei fino ad ora non ha mai ritenuto di avere. Perchè in realtà non è andato a Washington per aprire la strada all'Onu, ma alla ricerca, ancora una volta, soltanto di una legittimazione da parte di Bush». E il leader dei Ds conclude con un affondo molto gradito dai banchi dell'Ulivo: «Lei non può accusare noi di assenza di responsabilità, quando nelle ore in cui i soldati italiani rischiavano la vita a Nassiriya lei festeggiava allegramente la vittoria della sua squadra di calcio».
«La domanda che viene dal nostro popolo - dice Rutelli - non è la fuga dall'Iraq, ma un nuovo inizio. Ma lei signor presidente ha confermato che andrà dritto su una strada sbagliata e noi invece la sfidiamo a cambiare strada» perchè «ci ha incatenato agli errori dell'amministrazione Bush».
Alla fine di questa lunga giornata, che nel "listone" più d'uno vuole archiviare presto per passare ad altro, l'esito politico di questo accordo, secondo la sinistra, è evidente: «La corsia di sinistra - commenta Mussi - è quella del sorpasso. E con l'asse a sinistra l'equilibrio della coalizione regge, con l'asse a destra si rompe».
Gongola Paolo Cento, che si toglie pure un sassolino dalla scarpa, replicando a freddo ad una battuta di D'Alema che lo riguardava: «Ha ragione, potevano decidersi prima».
Carlo Bertini

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