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Iraq - Altre foto shock: istantanee col morto

NEW YORK - Nuove foto dal "gulag" di Abu Ghraib aggiungono orrore all'orrore: mostrano due militari già implicati nello scandalo che sorridono davanti all'obiettivo piegandosi sul cadavere di un iracheno percosso a morte.
Ritratti come turisti in vacanza, i due soldati fanno un segno di vittoria con la mano. Sono Sabrina Harman, la soldatessa con i capelli rossi ritratta anche davanti a una piramide di iracheni nudi, e il caporale Charles Graner, uno dei tre militari comparsi ieri davanti alla Corte Marziale a Baghdad. Guy Womack, l'avvocato di Graner, ha definito le foto «umorismo da galera».
Le due nuove immagini sono uscite sulla Abc nel Tg di ieri sera e sul sito web. Il cadavere che ritraggono è quello di un uomo chiamato Manadei al Jamaidi. Jamaidi era considerato al momento dell'arresto un detenuto di «alto valore» per i rapporti con l'insurrezione irachena. Arrivò a Abu Ghraib il 4 novembre da Camp Cropper, un altro famigerato centro di detenzione dove la Cia "trattava" i fedelissimi di Saddam e chiunque potesse dare informazioni sulle armi di distruzione di massa, dove lo avevano scaricato le forze speciali della Marina, i cosiddetti Navy Seals.
DIPARTIMENTO GIUSTIZIA APRE INCHIESTA - Le ultime ore di Jamaidi sono oggetto di controversie: la Abc ha riportato la ricostruzione fatta dal soldato Jason Kernner, un testimone all' interrogatorio a Abu Ghraib secondo cui l'iracheno sarebbe giunto in buone condizioni e sarebbe poi morto dopo essere stato portato nelle docce della prigione. Kenner ha detto di aver visto il cadavere di Jamaidi coperto di ghiaccio mentre scoppiava una «rissa» tra agenti della Cia e uomini dell' intelligence militare su chi avrebbe dovuto disfarsi del corpo.
Il Dipartimento della Giustizia ha aperto un'inchiesta.
Secondo fonti dell'amministrazione Jamaidi potrebbe non essere arrivato a Abu Ghraib in buono stato. L'uomo aveva un sacchetto sulla testa che gli fu tolto solo quando, dopo un'ora di interrogatorio, il prigioniero si accasciò per terra. «Solo allora chi lo interrogava si si accorse che aveva grosse ferite alla testa», hanno detto le fonti al quotidiano Newsday. Le ferite sono ben visibili nelle immagini diffuse dalla Abc.
RUMSFELD, BIS AL SENATO - Continua intanto il dibattito sulla «frattura» nella catena di comando che ha consentito gli abusi sui prigionieri. Le colossali falle di conoscenza dei leader militari e civili tra Washington e Baghdad sono state al centro di una nuova audizione, stavolta a porte chiuse, del Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld in Senato.
Ieri, sempre in Senato, il generale Ricardo Sanchez aveva detto di non essere mai stato messo a conoscenza, e meno che meno di aver approvato le «regole di ingaggio degli interrogatori», un "decalogo" di nove possibili metodi intimidatori su detenuti elaborato studiando anche il modello Afghanistan da una donna capitano dell'intelligence e che fu poi affisso lo scorso ottobre sui muri della prigione di Abu Ghraib.
Nel corso della deposizione in Commissione Forze Armate sia Sanchez che il capo del CentCom John Abizaid e l'attuale comandante delle prigioni in Iraq Geoffrey Miller non erano stati in grado di spiegare come le nove opzioni (tra queste l'uso dei cani) che per loro stessa ammissione possono costituire una violazione della Convenzione di Ginevra, siano state distribuite su carta intestata del comando di Sanchez.
ABIZAID, 75 CASI SOTTO INCHIESTA - I comandanti sono stati tuttavia costretti ad ammettere davanti ai senatori che queste tecniche ai limiti della legalità internazionale furono usate in tutto l'Iraq e in Afghanistan. Parlando in Commissione Abizaid ha detto che 75 casi di abusi sono al momento sotto inchiesta, oltre a «un certo numero di morti».
«La colpa risiede in pochi soldati e pochi capi», ha detto ancora oggi il generale Geoffrey Miller, l'ex comandante di Guantanamo trasferito in aprile in Iraq a far fronte allo scandalo. Facendo oggi il giro dei network, Miller ha ribadito la tesi delle «poche mele marce» su cui insiste l'amministrazione Bush. Negli Usa però c'è chi sostiene - come fa oggi il Washington Post in un editoriale - che «una risposta più convincente sta nel memorandum del consigliere della Casa Bianca Alberto Gonzales del gennaio 2002».
Nel memorandum Gonzales, diffuso da Newsweek la scorsa settimana, si afferma che la guerra contro il terrorismo rende «antiquate» e «osbolete» le norme della Convenzione di Ginevra sui detenuti in Afghanistan.
A MONTE IL MEMO GONZALES, "WP" - Mettendo Ginevra da parte, aveva scritto Gonzales nel memorandum, sarebbe stato più difficile per la magistratura processare cittadini Usa per abusi di prigionieri, un fatto da presentato come «positivo» dall'avvocato della Casa Bianca. Gonzales aveva messo in guardia da alcuni rischi tra cui la possibilità che l'abbandono di Ginevra nei confronti di Taliban e al Qaida minasse gli alti standard di condotta della cultura militare Usa «introducendo elementi di incertezza sullo stato dell'avversario».
Le audizioni in Commissione Forze Armate hanno messo in luce proprio questo: «In Iraq non avevamo politiche di interrogatorio. Avevamo altre unità, che avevano servito in Afghanistan che hanno portato le politiche usate in quel teatro di guerra», ha ammesso in Commissione il consigliere legale del generale Sanchez Marc Warren.
Ed ecco dunque una possibile lettura dello scandalo oltre la cortina fumogena, la "fog of war", alzata dai comandi americani sullo scandalo: le tecniche «dure» di interrogatorio sperimentate in Afghanistan e a Guantanamo sulla base del memorandum Gonzales furono applicate in Iraq da truppe senza guida nonostante la decisione di Bush che la Convenzione si doveva applicare ai prigionieri di guerra iracheni.
Alessandra Baldini

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