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Iraq - Usa: dopo il 30/6 più violenza, ci vorranno più truppe

WASHINGTON - Dopo la svolta in Iraq segnata dal passaggio di poteri dalle forze della coalizione a un nuovo governo iracheno ad interim, effettivo e sovrano, la violenza nel Paese potrebbe ancora crescere e ci potrebbe essere bisogno di più truppe sul terreno.
Il doppio monito viene da Amministrazione e Forze Armate degli Stati Uniti, mentre il piano per il passaggio dei poteri appare ormai delineato. Il presidente americano George W. Bush intende presentarlo agli americani la prossima settimana.
In passato, Casa Bianca e Pentagono avevano avvertito che la violenza sarebbe aumentata, com'è davvero stato, all'avvicinarsi della transizione dei poteri fissata per il 30 giugno. Ma chi s'era illuso che la restituzione della sovranità agli iracheni fosse un porto di salvezza resta deluso: il porto di salvezza è più lontano, sono le elezioni del gennaio 2005.
I MONITI DI BUSH E ABIZAID - Il presidente Bush avverte che le forze della coalizione hanno di fronte «un duro lavoro», perchè gli insorti cercheranno di ostacolare l'organizzazione e lo svolgimento di un voto democratico.
Anche il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi ha segnalato, dopo l'incontro di ieri con Bush, che «il caos» potrebbe impadronirsi dell'Iraq, se le forze della coalizione lo abbandonassero.
Di fronte alla commissione esteri del Senato, il generale John Abizaid, comandante della campagna Libertà per l'Iraq, non nasconde che, dopo il 30 giugno, potrebbe esserci bisogno di più truppe sul terreno, rispetto ai 135 mila uomini circa dell'attuale contingente americano e ai 155 mila della coalizione complessivamente. Abizaid dice: l'Iraq, dopo la svolta, «potrebbe benissimo essere più violento».
ONU A BUON PUNTO - L'inviato dell'Onu in Iraq, l'algerino Lakhdar Brahimi, lavora a formare entro maggio il nuovo governo e, dice il segretario di Stato americano Colin Powell è vicino a farcela.
Quasi contemporaneamente, il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, parlando in Parlamento a Roma, afferma che c'è già il nome di chi guiderà a Baghdad il nuovo esecutivo, una persona «validissima», che però «non ha ancora accettato».
Si tratta, ma Berlusconi non lo rivela, di Adnan Pachachi, esponente sunnita di lunga esperienza. Nei giorni scorsi, la stampa americana ha già individuato, oltre a Pachachi, due suoi vice -uno curdo- e il premier sciita del nuovo governo iracheno ad interim.
Powell è ottimista, ma mette in risalto che resta da fare «un sacco di lavoro» prima del passaggio di poteri: oltre alla formazione dell'esecutivo, la messa a punto e il varo di una nuova risoluzione sull'Iraq delle Nazioni Unite, che legittimi il governo e incoraggi altri Paesi a contribuire alla sicurezza dell'Iraq.
Quando Brahimi avrà ultimato la sua selezione, il Consiglio di Sicurezza dell'Onu esaminerà «le qualità dei prescelti": lo spoglio dei nomi avviene con Brahimi a stretto contatto con Paul Bremer, capo dell'Autorità della coalizione in Iraq.
PENTAGONO, TRUPPE CERCANSI - La Casa Bianca demanda al Pentagono la valutazione del numero di soldati necessario a garantire la sicurezza dell'Iraq. E il Pentagono fa già fatica a mantenere le forze sugli attuali livelli -ha avuto bisogno di ricorrere a unità di stanza in Corea-.
Un aumento delle truppe nella seconda metà di quest'anno metterebbe sotto sforzo ulteriore l'apparato bellico degli Stati Uniti, con un incremento dei costi umani ed economici.
Queste considerazioni vengono fatte mentre le perdite americane in Iraq hanno superato, nelle ultime 24 ore, le 790 e quelle della coalizione sono ormai vicine alla soglia di 900.
SERRARE I RANGHI - Per serrare i ranghi della maggioranza, di fronte alle difficoltà in Iraq, il presidente Bush sale sul Campidoglio di Washington, va in Congresso e incontra a porte chiuse, per circa un'ora, i principali esponenti del suo partito, il repubblicano.
Bush parla dell'insediamento del governo ad interim e dell'organizzazione delle elezioni di gennaio. Ma insiste che, dopo il 30 giugno, le cose potrebbero anche andare peggio.
L'Iraq sta diventando un handicap elettorale, in vista delle presidenziali di novembre. Il candidato democratico John Kerry propone di dare più responsabilità all'Onu e di condividere di più con gli alleati il peso della crisi e s'impegna, se sarà eletto, a portare a casa «i ragazzi» entro la fine del suo mandato, nel giro di quattro anni.
APRIRE I CORDONI - Se Bush cura il fronte interno, Powell si occupa di quello esterno: «E' il momento d'essere generosi», dice a diplomatici di 32 Paesi presenti in Iraq, riuniti al Dipartimento di Stato. Powell ricorda che «molti hanno già dato un contributo finanziario» alla ricostruzione dell'Iraq. Ma sollecita tutti a versare quanto promesso e chiede di stanziare «somme supplementari».
Una conferenza di donatori è prevista in Qatar il 25 e 26 maggio, sotto la guida del Giappone, per meglio valutare le esigenze dell'Iraq in termini d'aiuto internazionale.
Una conferenza internazionale, a Madrid, l'ottobre scorso, aveva procurato impegni finanziari per 33 miliardi di dollari, di qui al 2007. La cifra va tuttavia presa con cautela, perchè molti impegni sono condizionali e perchè non è mai stata definita la divisione tra doni e prestiti.
Giampiero Gramaglia

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