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L'Italia delle disparità regionali

ROMA - L'Italia che continua a perdere colpi in termini di competitività rispetto agli altri Paesi è al tempo stesso anche la Nazione dell'Unione Europea in cui sono più consistenti le differenze in termini di reddito regionale per abitante, superiori fra l'altro a quelle esistenti in Germania, Spagna, Belgio ed Irlanda. In Italia poco meno di un terzo della popolazione - il 30,4% - cioè circa 17,5 milioni di persone, vive in regioni in cui il pil pro capite è inferiore al 75% della media nazionale.
A soffermarsi sulle tante Italie dello sviluppo è il rapporto 2003 curato dall'Istat, che fa il punto più in generale sulla situazione del Paese nei suoi diversi aspetti, con particolare riferimento fra l'altro anche all'andamento del mercato del lavoro, che registra forti squilibri fra regione e regione. Basti pensare, a quest'ultimo proposito, che il tasso di occupazione nel 2002 è oscillato fra un minimo del 41,8% in Sicilia ad un massimo del 71,0% nella Provincia Autonoma di Bolzano.
La graduatoria regionale della ricchezza, con riferimento all'andamento del reddito medio per abitante, vede invece al primo posto Emilia-Romagna e Trentino-Alto Adige, mentre fanalini di coda sono Campania, Calabria, Sicilia e Puglia.
Anche l'andamento della pressione fiscale segnala forti differenziazioni fra le realtà regionali: in Lombardia ed in Lazio infatti questo parametro (misurato dall'incidenza delle imposte correnti sul reddito disponibile) risulta più elevato, attorno al 15%, anche se risulta più complessivamente in calo la forbice fra Nord e Sud, per via della dinamica crescente delle imposte nelle regioni meridionali.
Andamento differenziato anche per quanto riguarda la povertà, considerato che in questo caso i valori minimi si riscontrano in Lombardia e Veneto, con una quota inferiore al 4%, mentre in Calabria si arriva addirittura al 29,5%. Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia sono in ogni caso le regioni settentrionali con il maggior numero di famiglie povere, circa il 10%, mentre per quanto riguarda il Mezzogiorno la situazione meno drammatica è quella dell' Abruzzo (18%).
In questa situazione, il rapporto Istat segnala la ripresa del fenomeno dell' immigrazione interna, considerato che il numero complessivo dei trasferimenti di residenza fra regioni diverse è passato da 279mila del 1994 ad un massimo di 359mila registrato nel 2000, cui peraltro ha fatto seguito una decelerazione nel corso del 2001, a quota 320mila trasferimenti. Il numero degli iscritti all' anagrafe nelle regioni del NordEst fra il 1991 ed il 2001 è inoltre aumentato di circa il 40%, mentre nel Centro si è avuto un incremento del 14% e del 2% nel NordOvest. Nel Sud si è registrato invece nello stesso arco di tempo un calo, più forte nelle due Isole.

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