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Iraq - La battaglia per la base Libeccio raccontata dai reduci

ROMA - «Spari che piovevano da ogni lato», «esplosioni, schegge di mortaio e Rpg sparse ovunque»: la violenza della battaglia alla base Libeccio, dove ha trovato la morte il caporale dei lagunari Matteo Vanzan, è tutta nelle parole dei feriti, quelli rientrati in Italia e quelli che sono rimasti a Nassiriya. Una battaglia durata diverse ore e che si è conclusa soltanto quanto i comandi italiani hanno deciso di abbandonare momentaneamente la base. Una scelta, ha spiegato il capo di Stato maggiore della Difesa, Giampaolo di Paola, dovuta proprio al fatto di minimizzare le perdite: «reggere la posizione poteva essere più dannoso che abbandonarla».
«Ero in mezzo al piazzale della base - ha raccontato al Tg3 il maresciallo dei carabinieri Luigi Marasco - e stavamo cercando di capire da dove provenivano i colpi di mortaio. Quello che ha preso sia me che gli altri due colleghi arrivava dall'altro ponte proprio di fronte alla base: abbiamo visto il bagliore di quando e partito». Ma i colpi, ha proseguito il maresciallo, «arrivano da tutte le direzioni. Non erano tantissimi quelli che li sparavano, ma erano nei punti chiave, dove noi non potevamo vederli».
Anche Gianfranco Galizia, 25/enne fuciliere del battaglione San Marco della Marina Militare, era alla Libeccio ieri pomeriggio. «Eravamo usciti per un servizio», racconta dal suo letto dell'ospedale militare del Celio, finalmente più rilassato dopo sette ore e un quarto di volo dall'Iraq a bordo di un C130 dell'Aeronautica militare. «Stavamo rientrando e hanno cominciato a spararci addosso. A questo punto abbiamo avuto un incidente e mi sono fratturato il braccio, sbattendo con la mitraglietta contro una sbarra». «Abbiamo resistito sotto il fuoco dei mortai - ricorda ancora scosso - con colpi che arrivavano da tutti i lati. Per fortuna ci è andata bene. Noi abbiamo sparato soltanto per difenderci». Adesso Galizia sta bene. «Ma il mio pensiero è rivolto ai colleghi che sono ancora lì a lavorare». Per il momento non tornerà in Iraq, «ma spero di poterlo fare in futuro». Il marinaio ha appreso soltanto oggi al suo arrivo in Italia della morte di Vanzan. «Sono molto dispiaciuto per il mio collega e spero che non si ripeta più una cosa del genere» è l'unica cosa che riesce a dire.
Il tenente Leonardo Barzanti era con Matteo Vanzan. «Il mio incidente - ha raccontato - è accaduto poco prima della disgrazia. Nel mio caso si è trattato di un banale incidente, causato dalla rottura di una rampa di un carro, che mi ha procurato questa frattura». «Spero - ha aggiunto - di tornare in Iraq appena possibile, perchè lì ho lasciato la mia compagnia e tutti i commilitoni».

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