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Un Testo di Cosma Siani

Giovanni Boccaccio / Aldo Busi, Decamerone da un italiano all'altro. Prime cinque giornate (Milano, Rizzoli, 1990).
A costo di dare un dolore a Busi, bisogna dire subito che la sua riscrittura del Decameron non è operazione nuova nella storia del mondo. L'equivalente del Boccaccio in ambito europeo, per esempio, I racconti di Canterbury, viene normalmente letto in versione inglese moderna poetica o prosastica. E sempre oltremanica, restano famosi i Tales from Shakespeare, venti drammi narrati dal saggista Charles Lamb e sua sorella Mary «per introdurre i giovani allo studio» del grande William. In tutto il mondo anglosassone, poi, circolano sussidi didattici detti simplified readers, «libri di lettura semplificati», cioè redatti a differenziati livelli di complessità linguistica. Ebbene, una buona parte di essi vengono ricavati dai classici della letteratura manipolati o riscritti mirando al vario grado di competenza dei milioni che nel mondo studiano la lingua inglese.
Ma anche nell'hortulus della nostra Italia temo, ahimè, che il Decamerone «da un italiano all'altro» non abbia il primato dell'impresa. Busi era suppergiù ventenne quando Alfredo Giuliani e Italo Calvino da par loro «raccontavano» per l'Einaudi la Gerusalemme e l'Orlando. Più semplicemente, e indirizzandosi con qualche accorgimento didattico a un pubblico giovanile e sprovveduto, Piero Chiara pochi anni fa ha riscritto del Decameron dieci novelle (Il Decameron raccontato in 10 novelle, Mondatori, 1984).
Il Boccaccio-Busi non spicca isolato, dunque, ma si inserisce in una stringa variegata in cui forse ha trovato ispirazione. Sarà per questo che volendo risaltare a tutti i costi, e sul suo stesso concorrente, messer Giovanni appunto, Busi attinge fin nelle more del paratesto a quel folclore personale per cui si è reso noto. Dice di avere, per amore del tradurre, autocensurato «dello scrittore che è in me trovate intimamente strepitose» (figuriamoci se avesse dato la stura); parla di una insondabile «tentazione di chiamarlo Gianni o Johnny» (il Boccaccio) e dell'intenzione di «fargli fare un meritato giro di valzer sul suolo nazionale». In retrofrontespizio, dopo «Giovanni Boccaccio (Certaldo 1313-1375)», si presenta come Aldo Busi nato a Montichiari nel 1948 (e ivi morto seduta stante: 1948). E sul segnalibro, a specchio del noto affresco del Boccaccio di Andrea del Castagno, troviamo un mezzobusto del Busi in canotta a spallina larga.
Ma a parte il personaggio coi suoi svolazzi, e a parte anche il frascame di spiegazioni filologico-critiche del proprio lavoro (pp. 5-8, con concentrato in bandella), cerchiamo di guardare al prodotto finito. E il prodotto è un'operazione apparentemente divulgativa. Ce n'era ragione? I Canterbury Tales vengono riscritti perché il dialetto medioinglese di Chaucher è di gran lunga più ostico al lettore moderno che non il volgare del Boccaccio. Quest'ultimo suona ancora madrelingua a noi moderni; anche se - ammettiamolo onestamente, in questo concordando con Busi - non è lingua da poter essere bevuta; per l'italiano medio di oggi, non diciamo per lo studente, è lettura faticosa. L'intento di Busi, e anche qui possiamo convenire, è di renderla sciolta e dilettevole. Egli si inserisce, cioè, un po' nella logica del simplified reader. Senonché quest'ultima è una logica che segue tipologie addirittura rigorose: possiamo avere l'abridgment o condensato, che consiste in pratica nell'amputare il testo di sue parti, e così ridurne la mole, e il tempo e lo sforzo di lettura. O possiamo trovarci di fronte a semplificazioni più drastiche, ma non irragionevoli. Mi capitano fra le mani un Canterbury Tales concentrato e rinarrato entro una gamma di 850 parole per un livello iniziale indicato come «Stage 2»; o riduzioni di David Copperfield nell'ambito delle 1500 o 3000 o 7000 parole d'uso più frequente. Voglio dire che sono operazioni dai precisi criteri (ancorché controverse; fra gli stessi inglesi, non tutti accettano tali readers).
Ora, quanto ad amputare, Busi lo fa («Via i preamboli, le canzoni e le sfiziose oziosità in villa delle sette "conteuses" e dei tre raccontatori fra una giornata e l'altra; via gli abboccamenti moralistici che gravano su quasi ogni singola novella; via la maggior parte dei titoli di messere e cavaliere», p. 5), lasciando in pratica la sequela delle novelle, e fin qui si può essere d'accordo con lui, perché rientra nell'ottica dell'abridgment. Ma poiché il dichiarato scopo non era necessariamente di abbreviare bensì di rendere abbordabile il testo si rimane perplessi sulle troppe esclusioni, che tolgono molto del sapore d'epoca. Quanto a semplificare o standardizzare il dettato, ve lo immaginate Busi che mortifica la propria creatività compulsando le liste di frequenza dell'italiano di base? È chiedere troppo. Ma, a quel che sembra, è troppo anche chiedere a Busi di lasciare le cose così come stanno, se enunciati perfettamente comprensibili dopo sette secoli - prendiamo a caso «Figliuola mia», «e alcuni han detto peggio», «o belle donne», «fare la debita riverenza» - divengono rispettivamente «Cocca mia», «per non parlare poi di chi mi ha insultato tout court», «belle mie», «profondersi in un inchino a 90 gradi», e perfino «uomini» non rimane tale ma si rigenera in «maschi». Quando non succede di peggio, e un comprensibile «e lui... cominciarono a riguardare» diventa l'oscuro o al massimo intuibile gergo «cominciarono a lumargli ben bene il pacco». Non diciamo poi degli allettamenti che mandano il Nostro fuori dai gangheri. In primo luogo, certa goliardia di linguaggio. Nell'introduzione, il Boccaccio: «Disse allora Filomena: Questo non monta niente... come Pampinea disse, potremmo dire la fortuna essere alla nostra andata favoreggiante»; e il Busi: «"Ma chi se ne frega" disse allora Filomena... "la penso anch'io come Pampinea: che abbiamo avuto un culo sfacciato ecco"». E figuriamoci la scena erotica della novella di Caterina e l'usignuolo (quarta della quinta giornata): «si coricarono insieme e quasi per tutta la notte diletto e piacer presero l'uno dell'altro, molte volte facendo cantar l'usignolo», secondo Busi tradotto in «si allungarono sul letto e per tutta la notte continuarono a scambiarsi alee-ooo tenerissimi e a sopprimere gridolini, facendo gorgheggiare l'usignuolo sino ai limiti dell'ugola, tanto che poi fischiò e rifischiò e amen».
Non sempre questa sbrigliatezza gli fa buon gioco. L'originale «Lasciami vedere come l'usignolo ha fatto questa notte dormir la Caterina» possiede più vis comica del trasposto «Andiamo un po' a vedere se stanotte l'usignuolo ha conciliato il sonno della mia Caterina». E l'irrequietezza da discolo insofferente di disciplina induce il sedicente traduttore in errori di traduzione. Nel preambolo alla prima giornata, «di famigli rimasti stremi» non vuoi dire «sopravvissuti a intere famiglie decimate» ma «rimasti privi di domestici»; «non altrimenti che ad una femmina avrebbe fatto» significa «come avrebbe fatto con una donna» e non «come una sgualdrina di strada».
Ma Busi procede imperterrito. «L'ora del vespro» è «l'ora del tè», perché, spiega con fremito classista, «in Italia, l'ora del tè fu importata fra i ceti superiori molto prima del tè stesso» (NdT, p. 32). Pampinea torna a casa e trova «la colf». La brigata di giovani fiorentini sciama per i prati «cantando fiorinfiorello». E a turno compaiono sulla scena del Trecento il Veronelli, frate Indovino, Gucci, la dietapunti, una locanda della catena Jolly, un «hélas» di vedova sconsolata, un «incallito recchione», dei savuarfer e fulservis palesemente traslitterati per italiani, e - per fermarci alla settima novella della seconda giornata - una «cappella di San Prepuzio in Valcava» (meno ammiccante dell'originale San Cresci in Valcava), «la rava e la fava», dei «mandrilli», «un terno al lotto», un «palazzinaro» e delle donne che ballano «la lambada fra di loro».
Col che Busi si è abbondantemente lasciati indietro i buoni propositi della prima ora: «Desidero sottolineare che ho tradotto il Decamerone di Giovanni Boccaccio... non ho scritto il mio», inveendo contro coloro che «contesterebbero a altri la possibilità di accedervi [al Decameron vero] grazie a una traduzione invocando la sacralità del testo».
Ebbene, non siamo per la sacralità del testo. Non siamo nemmeno contro le manipolazioni del testo letterario ispirate a criteri didattici. In linea di principio, d'accordo con Busi fin qua; e anche con le sue intenzioni di partenza: procurare un primo approccio, facilitato, al testo del Boccaccio. Per il resto, riassumiamo. La sua non è una traduzione. Sembrerebbe un abridgment, perché il testo è ridotto; ma quello che resta dopo i tagli viene riscritto, e avremmo allora una adaptation o rifacimento. Senonché la riscrittura è così insofferente degli scopi divulgativi da cui ha mosso, che si presenta come un esasperato idioletto del riscrittore.
Il divulgatore di letteratura può avere buona sorte. I non creativi Tales from Shakespeare sono entrati a far parte del patrimonio letterario inglese. Dubitiamo che il Boccaccio-Busi abbia lo stesso corso, passato lo scandaletto del momento. Peccato. Un'occasione mancata per avvicinare al Decameron molti potenziali lettori, anche (ci avevano pensato Busi e il suo corrivo editore?) fra gli stranieri che studiano la lingua italiana.

Cosma Siani

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