Sabato 15 Dicembre 2018 | 11:57

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Il reportage del suo viaggio

L'arrivo in Capitanata
L'attento monsignore scese per la prima volta in Puglia nel 1680. Venne dall'Irpinia e giunse in Capitanata:…«varcato il colle, sempre combattuto da' venti e cretoso nel verno…ascesi a Troia in Capitanata…le persone sono qui di buon taglio, forti, industriose e fedeli. Si dilettano di comporre un certo pane di farina grossa, che si dice schiavonesco, e con pepe, cannella e altri aromati. In tanto dispaccio che in alcune case han potuto costituire alle fanciulle la dote».Felice impatto, dunque, con i nostri corregionali. Il monsignore li trova di bella corporatura e forti e industriosi. E li scopre anche artefici di un pane regale, fatto di farina grossa e di cannella e di vari aromi; ed è così buono e si vende con tanta grazia che, con i suoi proventi, in molte famiglie si assicurava la dote alle ragazze da marito. Mondo felice, dunque, in quel di Troia, sul finir del Seicento. E che pane meraviglioso. Ma Pacichelli era un gran prelato e il suo sguardo puntava a cose grandiose, al barocco fastoso e caro al vicereame spagnolo che allora imperava dalle nostre parti.

Alla Basilica di Monte Sant'Angelo
Pacichelli, geografo e attento osservatore di uomini e di cose, era pur sempre uomo di fede e cattedrali e basiliche, e anche le credenze popolari ad esse legate, colpivano sempre la sua attenzione. Eccolo così nella basilica micaelica: …in capo alla lunga, e quasi retta via, sta il sagro tempio e la grotta santificata dall'apparizione del Santo Arcangelo...Vi si entra per una porta di metallo: chiudon cancelli di ferro l'altare che sostiene la staua in età fiorita di quel celeste spirito coronato di gemme il quale uccide il dragone dell'inferno. Stilla, senza lasciar infuso il suolo, acqua per ogni parte; e spira l'honor medesimo divotione la quale si accresce col culto di varie reliquie. E' fama che, nel silenzio notturno, vi siano state udite canzoni angeliche e sinfonie di paradiso.Pacichelli vede dunque la bella statua in marmo di san Michele del Sansovino " in età fiorita" : l'Arcangelo appare difatti giovanissimo e forse nessuno raccontò all'abatino che la statua era stata prima scolpita tutta in oro, ma l'oro fu preda di re affamati di quel prezioso metallo; e fu rimodellata poi in argento, e ancora fu preda di grandi ladroni. Si ricorse allora al marmo nella convinzione, provata dai fatti, che quella dura e bellissima pietra non avrebbe attirato la cupidigia dei potenti, e dei ladroni.Pacichelli sapeva bene che questo tempio era stato caro ai Longobardi , che, uomini d'armi, erano devoti all'armatisimo Arcangelo. E nella Basilica sostarono i Normanni quando per la prima volta scesero in Puglia: rivedevano, fra quelle mura, il loro Saint-Michel della Normandia lontana. Dall'alto del monte videro l'immensa distesa delle terre pugliesi inondate di sole. E fu lì che decisero di fondare il regno del Sud, un'idea rimasta fondamentale nella lunga storia dell'Italia meridionale. L'abate se ne venne poi in quel di Bari, e si diresse subito alla Basilica nicolaiana.

Le reliquie dei Martiri otrantini
Va naturalmente ad Otranto ed ecco come vede la Cattedrale idruntina:…«magnifica è la sua Metropolitana dedicata all'Assunzione della Vergine da re Guglielmo nell'anno 1163…Ha un capriccioso pavimento di simbolici segni, e misteri antichi e moderni, lavorati nel mosaico, e nella maggiore della tre navate. Si adora nel grande altare una statua miracolosa di Nostra Signora, che dicon venisse per sé medesima dalla Turchia. In quello a sinistra, e sotto la pietra santa, si custodiscono gran numero delle teste degli Ottocento generosi cittadini i quali, nel 1480, sorpresi arditamente dalla barbarie ottomana, confermarono col proprio sangue la fede di Giesù Cristo…vedendosi tuttavia passate le fronti e le visceri dalle freccie».Pacichelli, dunque, tanti e tanti anni fa, si trovò di fronte alle ossa dei Martiri idruntini conservate le une sulle altre, in un composito, barocco disegno che fa di quelle reliquie dei portali armonici e attentamente incastonati; e il monsignore prese nota dei legni dorati che le circondavano e finanche delle chiavi, «forti e gelose», con le quali erano chiuse le «graticolette».

…e incontrò anche i baresi
Il buon Pacichelli, nel suo primo viaggio pugliese, incontrò anche alcuni baresi e, udite, udite, come li descrisse: …«sono di buon'abitudine di corpo e di bel colore che biancheggia, attivi ne' negozi, fedeli, ingegnosi, e di buon cuore. Arditi nelle guerre ma capaci piuttosto di porle in ordine e sostenerle che produrle. Si è veduta la loro modestia e mansuetudine in occasione de' popolari tumulti, nei quali con singolar laude, e rispetto, dei magistrati supremi, hanno frapposto le mani loro. Amano le buone letture benché Brezio gli dipinga di mente ottusa».Che strani baresi, questi del Seicento. Sono ottusi eppure amano le letture, amano la pace ma quando ci sono le guerre le sanno fare, anche in barba al loro spirito di pace. Preferiscono però più comporle che metterle in atto. Dove ricavò queste impressioni il nostro prelato? Forse dal racconto che udì sulle violenze popolari del 1647 allorché i baresi videro emergere dalle loro file, emulo del popolare Masaniello, il popolano rivoltoso Paolo Ribecco. Ma torniamo alle carte del nostro viaggiatore, attento a conoscere gli uomini del suo tempo ma pur sempre portato alla scoperta di mondi sconosciuti, di costumi insoliti accanto al fulgore delle belle chiese. Fra monumenti e notizie storiche, l'abatino scopre - ma le annovera fra i guasti del tempo - antiche, dolorose piaghe. L'acqua, ad esempio, la Puglia sitibonda la vede nella bella Lucera dove l'arsura «obbliga i poveri sitibondi a affrescarsi, negli intensi calori, con le cime tenere della malva aspersa di aceto o a scocchiar questo liquore ne' cardi selvaggi, alti e copiosi».

Nella Basilica di San Nicola
Non appena si affacciò nella Basilica annotò che essa è il maggior tempio dell'Europa cristiana con soffitto in oro, sepolcri regali, ben veduto e ben udito campanaio. Già, il soffitto in oro: siamo alla fine del '600 e il soffitto affrescato dal pittore bitontino Carlo Rosa era di là da venire. Ed era di là da venire la raffigurazione della leggenda popolare dei due asini, uno bianco e l'altro nero. Alle bestie, un oste cattivo tagliò le belle teste. Ma san Nicola comandò ad un suo prete di cucire le teste tagliate: quella bianca all'asino bianco, e la nera a quello nero. Il pretuncolo, forse per la paura di tanto miracolo, cucì la testa bianca all'asino nero; e quella nera all'asino bianco. E Carlo Rosa immortalò sul soffitto l'antica leggenda. All'epoca di Pacichelli tutto questo non c'era e l'abatino andò in sagrestia e scoprì…suppellettili curiose e ricche d'ogni specie: più di cento calici, vestimenti pregiati di perle, un piviale co' campanelli d'argento, strumenti pretiosi per raccogliere la manna (che è il sacro liquore emanato dalle ossa del santo). Vide ancora, quell'attento cronista dei tempi passati …candelieri d'argento, anelli d'oro, statuette, corone d'argento e ferro dorate e gli scettri pe' i re di Napoli e di Sicilia. Un secolo dopo le truppe francesi del generale Napoleone Bonaparte avrebbero fatto man bassa di tutti quei tesori. E, quando si decisero a restituire almeno una parte di quel ben di Dio, furono assaliti da briganti locali che fecero per sempre sparire le preziose cose della Basilica di san Nicola di Myra.

L'abate se ne va a Martina Franca
Giovanni Battista Pacichelli se ne andò poi a Martina Franca, per vedere il gran Palazzo Ducale da poco costruito da Petraccone V Caracciolo sui resti di quello che era stato il castello degli Orsini. Entrò in città e notò che …si veggono ben fabbricate, di buona e propria pietra, le case: fra le quali, in forma di particolar città, che nobilita questa terra, invita l'occhio e desta la meraviglia il maestoso Ducal Palazzo novello che si riduce a perfezione e non trova eguale nel Reame perché simiglia il Pontificio della casa Pamphili in Piazza Navona di Roma. Naturalmente guardò in lungo e largo l'unico vero palagio scoperto nel reame; e annotò che …comprende una gran cavallerizza, gallerie, ringhiere, teatri per commedie, orti pensili e comodità per più prencipi. Il duca Petraccone Caracciolo, che co' due fratelli si concilia rispetto e nella Prelatura di Roma e nell'esercito augusto di Ungheria, ha sue rendite che si stimano più di tre mila ducati e non si risparmiano per una splendida corte, replicata anche per la duchessa madre in Napoli, e con gradimento per tutto de' forestieri che la visita.Uomo con l'occhio attento agli uomini grandi del suo tempo, compresa la duchessa madre dei Caracciolo che viveva regalmente in quel di Napoli, il nostro abatino ha l'occhio ammaliato per le cose grandiose della Puglia, ma è anche attento a far qualche conto sulle congrue rendite di quelli che furono i potenti padroni del tempo.

Ed eccolo nelle Tremiti
Nel suo quarto, ed ultimo, viaggio in Puglia, Pacichelli - con una vela - raggiunse le Tremiti e trovò ricca l'isola di san Nicola e capace di accogliere, nel suo porto, centinaia di galee. E vide che le isole erano presidiate da un forte al quale erano addetti un centinaio di soldati con tre «bombardieri, sei aiutanti e grossi cumuli da pietre da lanciare contro i nemici». Trovò poi una Canonica con ben quaranta monaci e un refettorio grandissimo e un'altrettanto capace cucina. Profonde le cisterne, anzi due cisterne ognuna delle quali poteva dare acqua per ottocento botti. Vide anche le leggendarie diomedee, i volatili vaganti e piangenti che l'immaginario popolare vuole siano i soldati del prode Diomede trasformati in uccelli per piangere in eterno la morte del loro mitico capo. Ma le diomedee lo interessarono solo perché gli isolani se ne servivano per ricavare, da una loro lunga cottura, un unguento che li guariva dai dolori reumatici.

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