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Chi era il presidente Kadyrov

MOSCA, 9 maggio '04 - Nonostante le mille precauzioni e un impressionante milizia personale, il presidente ceceno Akhamd Khadzhi Kadyrov non è riuscito oggi a sfuggire all'ennesimo attentato contro di lui. La bomba allo stadio di Grozny, ennesimo atto di una guerra separatista mai finita, lo ha ucciso mentre assisteva ai festeggiamenti per l'anniversario della vittoria sovietica sui nazisti.
Dal 6 ottobre del 2003, dopo una consultazione elettorale su misura,una valanga di voti e la benedizione del Cremlino,Akhmad Khadzhi Kadyrov, già mufti moderato della Cecenia, era diventato il presidente della più inquieta e martoriata delle repubbliche autonome russe, una terra alla disperata ricerca di un po' di pace. Nato nell'agosto del 1954 a Karagandà, nelle steppe del Kazakhstan (dove Stalin aveva fatto deportare tutti i ceceni dopo la II guerra mondiale, accusandoli di collaborazionismo con i nazisti) Kadyrov aveva cominciato la sua ascesa politica negli anni 90 con l'iniziale adesione alla rivolta indipendentista e la nomina a muftì della Cecenia, proseguita con l'affermazione come leader islamico moderato e sfociata nella rottura con la guerriglia per la sua deriva fondamentalista e nell'accordo con Mosca.
Cresciuto in una famiglia religiosa accreditata di influenza all'interno di uno dei numerosi clan in cui si suddivide la Cecenia, Kadyrov ha il suo feudo a Gudermes, seconda città della repubblica, nella pianura a nord del fiume Terek, dove i suoi genitori si trasferirono nel '57 dopo il decreto con cui Nikita Krusciov aveva riabilitato i ceceni autorizzandoli al rimpatrio.
Proprio a Gudermes il futuro presidente frequenta da ragazzo la scuola pubblica sovietica e nella stessa provincia fa le sue prime esperienze di lavoro giovanili, passando da un'azienda agricola statale (sovkoz) a un'impresa edile.
La svolta arriva però negli anni 80, quando riesce a entrare in una scuola teologica islamica in Uzbekistan.
All'inizio degli anni 90 si perfeziona in Giordania, prima di tornare in Cecenia (che si è appena autoproclamata indipendente sotto la guida di Giokhar Dudaiev) e di fondarvi il primo istituto islamico locale postsovietico.
In quegli anni si schiera con Dudaiev e dal 1994 al 1996 partecipa ai combattimenti della prima guerra cecena guidando una sua unità contro le truppe federali russe. Nel '96 è nominato muftì della Cecenia, massima autorità religiosa della repubblica, e nello stesso anno partecipa accanto ad Aslan Maskhadov, successore di Dudaiev, ai negoziati di Khasaviurt che condurranno a una tregua temporanea con il Cremlino.
Nel '98 rompe tuttavia con il neopresidente indipendentista Maskhadov, accusandolo di connivenza con la montante ondata fondamentalista di matrice wahabita, esportata in Cecenia dagli ideologi sauditi e di altri paesi arabi. L'anno dopo condanna l'incursione in Daghestan dei guerriglieri guidati dai comandanti wahabiti Shamil Basaiev e Khattab (che provoca la reazione russa e la seconda guerra cecena), istituisce una sua milizia e avvia una trattativa col governo federale russo.
Maskhadov lo proclama «nemico del popolo» e lo condanna a morte, Basaiev offre 100.000 dollari a chiunque lo uccida, mentre Vladimir Putin gli offre nel febbraio 2.000 la carica di capo della nuova amministrazione cecena unionista: lui accetta e ne fa il trampolino di lancio verso la presidenza. Da allora era sfuggito a una mezza dozzina di attentati.
Lascia una moglie, quattro figli e 13 nipoti. Il figlio maggiore, Zelimkhan, 29 anni, rimane a capo della temutissima guardia del corpo del padre, una squadra d'elite di una milizia personale che conta 5.000 uomini.

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