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Situazione più grave da gennaio scorso

TARANTO - Da quasi due anni, dopo il sequestro penale e lo spegnimento di quattro batterie ritenute inquinanti, le cokerie dell'Ilva di Taranto funzionano a ritmo ridotto utilizzando solo le restanti sei batterie: per questo il gruppo Riva ha dovuto importare dalla Cina il carbon coke di cui ha bisogno e che prima produceva nello stabilimento jonico. La situazione, però, si è aggravata nel gennaio scorso quando il governo cinese ha deciso di ridurre drasticamente il numero delle licenze per la vendita di coke alle aziende produttrici estere.Il 28 gennaio 2004 Emilio Riva lanciò l'allarme, dichiarando che la decisione del governo di Pechino avrebbe potuto provocare gravi ripercussioni sia allo stabilimento di Genova sia a quello di Taranto. «Se l'approvvigionamento di coke diventerà impossibile - affermò Riva, riferendosi alla situazione della fabbrica tarantina - ci sarà una caduta produttiva a catena che interesserà gli altiforni, i laminatoi, i nastri e a seguire le altre attività, con il rischio di dover adottare misure anche sul fronte occupazionale».Sino alla fine di febbraio scorso l'Ilva ha fatto fronte all'emergenza utilizzando anche le scorte di carbon coke già in deposito; dal 3 marzo la situazione è divenuta meno pesante dopo lo stop, già programmato, per provvedere alla manutenzione dell'altoforno 5. Nei giorni scorsi l'Ilva ha consegnato alla Regione Puglia un piano industriale che prevede, tra l'altro, la ricostruzione delle quattro batterie finite sotto sequestro.

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