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Foggia, un clan particolarmente violento

BARI - La spregiudicatezza di alcuni dei sette foggiani fermati oggi dalla Dda di Bari emerge anche dal fatto - secondo l’accusa - che gli stessi maneggiavano armi alla presenza di minori. Dalle intercettazioni ambientali compiute in auto si sentono infatti rumori di «scarrellamenti di pistole semiautomatiche» e, insieme, voci di bambini. Questo dato allarma gli inquirenti dell’antimafia che indagano sui clan foggiani, anche in relazione alla lucrosa attività estorsiva che emerge dal provvedimento di fermo.

«Io capisco roba di matematica...che sono per dire 3 milioni... mi devi dare 300mila euro, mi devi dare un appartamento». Così Alessandro Moretti racconta ad una donna il metodo che utilizzerebbe per le estorsioni agli imprenditori nei cantieri. Nel provvedimento di fermo della Dda di Bari che ha portato oggi in carcere sette persone, tra cui Moretti, gli inquirenti scrivono che «il denaro utilizzato dagli esponenti del clan per soddisfare le esigenze dei sodali proveniva prevalentemente da due settori illeciti: rapine ed estorsioni», mediante «la propria capacità di intimidazione» che avviene «richiamando la fama criminale del gruppo» e «utilizzando minacce crescenti, capaci di sottomettere la vittima».

«Eravamo in una casa - racconta ancora Moretti in quella conversazione intercettata il 16 gennaio - e stavo con le mani così e facevo 'il regalino, 'il regalino... all’ultimo ho detto: 'Senti no il regalino, i soldi mi devi dare». Nel provvedimento di fermo gli inquirenti ricostruiscono la storia criminale del gruppo, a partire dagli anni '90, sottolineando la ferocia e pericolosità dei sodali. Dopo un tentato omicidio del 7 gennaio scorso ai danni di Michele Bruno, uomo del clan, due affiliati sarebbero stati brutalmente picchiati per non averlo difeso adeguatamente.

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